✕

“La guerra è quasi finita”, il negoziato a distanza tra Washington e Teheran

(afp)

Ascolta l'audio

Contatti per estendere il cessate il fuoco e fissare un nuovo incontro. Hormuz, l’Iran apre a un corridoio navale lungo le coste dell’Oman
2 minuti di lettura

DOHA – Adesso parla la diplomazia. La guerra con l’Iran è «quasi finita», dice Donald Trump, e un accordo entro la fine del mese è «possibile». Si dirada così qualche nuvola sulla scadenza del 21 aprile, quando scadrà ufficialmente il cessate il fuoco di due settimane, che potrebbe essere esteso, ma la pressione militare resta forte. Tanto che Washington, in contemporanea alle parole distensive, annuncia l’invio di altri diecimila soldati nel Golfo. I contatti tra capitali, anche se non ufficiali, vanno comunque avanti senza sosta e si lavora a un nuovo round di colloqui già dalla prossima settimana. Data e sede non ci sono ancora. Islamabad resta un’opzione, ma non prima di sabato.

Per Washington si apre anche un nuovo fronte, questa volta interno: a fine mese la guerra supererà la soglia critica dei sessanta giorni, oltre la quale serve il via libera del Congresso. Una parte dei repubblicani già chiede a Trump di rispettare la procedura.

Dietro i colloqui internazionali c’è il …

DOHA – Adesso parla la diplomazia. La guerra con l’Iran è «quasi finita», dice Donald Trump, e un accordo entro la fine del mese è «possibile». Si dirada così qualche nuvola sulla scadenza del 21 aprile, quando scadrà ufficialmente il cessate il fuoco di due settimane, che potrebbe essere esteso, ma la pressione militare resta forte. Tanto che Washington, in contemporanea alle parole distensive, annuncia l’invio di altri diecimila soldati nel Golfo. I contatti tra capitali, anche se non ufficiali, vanno comunque avanti senza sosta e si lavora a un nuovo round di colloqui già dalla prossima settimana. Data e sede non ci sono ancora. Islamabad resta un’opzione, ma non prima di sabato.

Per Washington si apre anche un nuovo fronte, questa volta interno: a fine mese la guerra supererà la soglia critica dei sessanta giorni, oltre la quale serve il via libera del Congresso. Una parte dei repubblicani già chiede a Trump di rispettare la procedura.

Dietro i colloqui internazionali c’è il lavorio incessante del Pakistan. Il premier Shehbaz Sharif è in viaggio tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia. A Teheran arrivano il ministro degli Interni di Islamabad Mohsin Naqvi e il capo delle forze armate Asim Munir, incaricati di consegnare un messaggio americano e preparare il nuovo incontro. Grande accoglienza per loro; forse anche questo è un segnale che gli iraniani puntano a una ricucitura dopo lo strappo della settimana scorsa.

C’è la volontà di trattare, insomma, ma i nodi non cambiano: sono in particolare il programma nucleare iraniano e la navigazione nello Stretto di Hormuz. Teheran manda segnali di apertura, ma fissa anche il limite: «Non cerchiamo la guerra o l’instabilità», dice il presidente Masoud Pezeshkian, «ma non ci lasceremo costringere alla sottomissione».

In questo equilibrio instabile si inserisce la Cina: Pechino sostiene i negoziati e ne rivendica il ruolo, mentre respinge le accuse di sostegno militare a Teheran. Trump racconta di aver scritto a Xi Jinping e di aver ricevuto rassicurazioni: niente armi all’Iran.

Nel frattempo, dopodomani a Parigi si riuniscono i Paesi “non belligeranti” per discutere una possibile missione di sicurezza nello Stretto: una coalizione dei volenterosi che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe affiancare – non sostituire – la presenza americana e preparare il terreno a una riapertura ordinata della navigazione. Proprio Teheran, secondo la Reuters, potrebbe mettere sul piatto delle trattative l’autorizzazione al traffico marittimo nella parte dello Stretto di Hormuz più vicina all’Oman.

Diplomazie a parte, infatti, è sempre in questo braccio di mare che rimane il baricentro della crisi. Il blocco navale americano è pienamente operativo e impedisce di fatto il traffico da e verso i porti iraniani, con diverse navi costrette a invertire la rotta. Ma non è una chiusura totale. Il passaggio resta formalmente aperto e, nei fatti, qualche nave continua a muoversi. Lo dimostra il caso della petroliera cinese diretta in Iraq che è riuscita ad attraversare lo Stretto al secondo tentativo. E che la situazione sia fluida lo racconta anche il caso di una nave iraniana che secondo Teheran avrebbe aggirato il blocco e sarebbe passata vicino all’isola di Hormuz; nessuna violazione risulta invece agli Usa, perché le regole del blocco non prevedono l’intercettazione di navi a meno che non siano dirette in Iran o non provengano da porti iraniani. La guerra sospesa nello Stretto significa anche una continua schermaglia informativa.

Leggi i commenti