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Gli iraniani muovono le armi, gli Usa portaerei e marines: tutto pronto in caso di escalation

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La speranza di un accordo non si è ancora esaurita, ma i due schieramenti si preparano alla ripresa del conflitto. Ecco come
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I venti di guerra nel Golfo tornano a gonfiarsi. Il Pentagono rafforza lo schieramento in tutto il Medio Oriente; i pasdaran rimettono in funzione le batterie missilistiche tenute nascoste. La tregua finora resiste ma, mentre le prospettive di negoziato sono avvolte dall’incertezza, i belligeranti si preparano a riprendere i combattimenti. I segnali che arrivano da Teheran sono contraddittori, con la convinzione che il conflitto abbia rafforzato il potere dei Guardiani della Rivoluzione: l’uccisione dei vecchi leader ha aperto la strada a nuovi quadri, forse più pragmatici ma anche più aggressivi nei confronti degli Stati Uniti.

Nei giorni scorsi i pasdaran hanno fatto alzare in volo alcuni caccia, tra cui un vecchio F4 Phantom dei tempi dello Scià, e corrono per riparare i danni dei raid americani: i satelliti hanno segnalato un’attività frenetica intorno alle basi sotterranee. Cercano di ripristinare gli accessi demoliti dai bombardamenti, per trasferire le riserve di ordigni r…

I venti di guerra nel Golfo tornano a gonfiarsi. Il Pentagono rafforza lo schieramento in tutto il Medio Oriente; i pasdaran rimettono in funzione le batterie missilistiche tenute nascoste. La tregua finora resiste ma, mentre le prospettive di negoziato sono avvolte dall’incertezza, i belligeranti si preparano a riprendere i combattimenti. I segnali che arrivano da Teheran sono contraddittori, con la convinzione che il conflitto abbia rafforzato il potere dei Guardiani della Rivoluzione: l’uccisione dei vecchi leader ha aperto la strada a nuovi quadri, forse più pragmatici ma anche più aggressivi nei confronti degli Stati Uniti.

Nei giorni scorsi i pasdaran hanno fatto alzare in volo alcuni caccia, tra cui un vecchio F4 Phantom dei tempi dello Scià, e corrono per riparare i danni dei raid americani: i satelliti hanno segnalato un’attività frenetica intorno alle basi sotterranee. Cercano di ripristinare gli accessi demoliti dai bombardamenti, per trasferire le riserve di ordigni rimaste intatte nei bunker scavati sotto metri di roccia. L’intelligence americana sta valutando quanti armamenti siano rimasti in mano agli iraniani e le loro valutazioni – diffuse dal New York Times – sono a dir poco preoccupanti: sarebbe sopravvissuto agli attacchi almeno il 40 per cento dei droni e il 60 per cento dei lanciatori di missili balistici, soprattutto a corto raggio.

Questo arsenale può permettere a Teheran di mantenere un controllo totale del Golfo, con il blocco dei movimenti attraverso Hormuz che si è rivelato l’arma decisiva degli ayatollah. Non solo: droni e missili possono trasformare qualsiasi azione statunitense contro le coste e le isole-fortezza come Kharg in una trappola. Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe fermato l’attacco dei marines a Kharg proprio nel timore che una volta sbarcati i fanti sarebbero caduti sotto un fuoco incrociato: il presidente ha detto che farebbero la fine delle sitting ducks, bersagli facili come anatre sedute.

C’è un altro pericolo. La flotta dei pasdaran conta ancora su una moltitudine di barchini d’assalto dotati di missili e razzi, forse lo strumento più insidioso per colpire petroliere e mercantili. Sono velocissimi: nei primi anni Duemila l’Iran ha acquistato una decina di motoscafi disegnati da Fabio Buzzi, il leggendario progettista dei bolidi offshore che hanno vinto 52 campionati mondiali, con propulsori Isotta Fraschini. Le pressioni Usa sull’esecutivo di Silvio Berlusconi hanno poi determinato lo stop delle esportazioni, ma i tecnici di Teheran hanno copiato imbarcazioni e motori producendone centinaia. Il regime continua inoltre a tenere sotto tiro ogni possibile focolaio di rivolta: tre giorni fa una raffica di droni Shahed ha devastato un comando dei separatisti curdi nei dintorni di Erbil, in Iraq.

Anche il Pentagono sta irrobustendo la macchina bellica. La portaerei Ford, dopo le riparazioni, è tornata nel Mar Rosso; la Bush sta compiendo il periplo dell’Africa ed entro una settimana sarà nel Mar Arabico, dove si trova pure la Lincoln. Queste tre ammiraglie dispongono di circa 150 caccia F18 Hornet. Una seconda task force dei marines è giunta in zona d’operazioni, portando a oltre quattromila i fanti in grado di compiere sbarchi con la copertura di F35B, convertiplani Osprey ed elicotteri Super Cobra. Stime non confermate parlano di altri quattromila parà e forze speciali a disposizione per blitz sul terreno. Di sicuro sono arrivati molti elicotteri da battaglia Apache, che hanno sorvolato il Golfo come avvertimento ai pasdaran.

Gli americani stanno migliorando la difesa degli aeroporti, inviando i droni-anti drone Merops e batterie contraeree d’ogni tipo: nelle prime quattro settimane di conflitto, la base principale – quella saudita Prince Sultan – è stata bersagliata 72 volte, con la distruzione di un radar volante E3 Sentry e il danneggiamento di quattro velivoli cisterna KC135.

Tra gli States e il Medio Oriente c’è un via vai di aerei cisterna, per sostituire quelli bisognosi di manutenzione. Saranno determinanti se la Casa Bianca ordinerà di concretizzare la minaccia di «riportare l’Iran all’età della pietra», ribadita ieri da Trump: significherebbe radere al suolo centrali elettriche, raffinerie e ponti in tutto il Paese. Uno scenario infernale che vedrebbe protagonisti i diciotto bombardieri B1 e B52 dislocati in Inghilterra: ciascuno sgancia 24 ordigni a guida satellitare JDAM da 900 chili, sufficienti per spazzare via dodici obiettivi in una singola missione. Queste incursioni terrificanti riuscirebbero a piegare gli ayatollah? Molti analisti sono scettici e temono che comunque Hormuz – e di conseguenza il prezzo del petrolio sui mercati globali - rimarrebbe saldamente nelle loro mani.

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