GERUSALEMME – Dal mare alla fertile valle della Beqa sul confine siriano, “mangiando” pure un pezzettino di terra a nord del fiume Litani, sfruttandone un’ansa nel settore orientale. Eccola la nuova “linea gialla” dell’esercito israeliano: una zona “cuscinetto” che ripete nel Libano meridionale un modello già applicato a Gaza: una “fascia di sicurezza” sterile, ovvero sgombra da civili e infrastrutture, dove l’Idf può operare agevolmente. La mappa ufficiale è stata pubblicata ieri da Avichay Adraee, portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano.
Una «linea di difesa avanzata», come l’ha definita, che supera, stravolge e ignora la linea blu tracciata dall’Onu nel 2000, lungo i 130 chilometri di confine fra il Paese dei Cedri e lo Stato ebraico: quella, cioè, dove operano le forze dell’Unifil. «Si tratta di una fascia di sicurezza profonda dieci chilometri, molto più forte, più intensa, più continua e più solida di quella che avevamo prima. È lì che ci troviamo e non ce ne andremo»…
GERUSALEMME – Dal mare alla fertile valle della Beqa sul confine siriano, “mangiando” pure un pezzettino di terra a nord del fiume Litani, sfruttandone un’ansa nel settore orientale. Eccola la nuova “linea gialla” dell’esercito israeliano: una zona “cuscinetto” che ripete nel Libano meridionale un modello già applicato a Gaza: una “fascia di sicurezza” sterile, ovvero sgombra da civili e infrastrutture, dove l’Idf può operare agevolmente. La mappa ufficiale è stata pubblicata ieri da Avichay Adraee, portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano.
Una «linea di difesa avanzata», come l’ha definita, che supera, stravolge e ignora la linea blu tracciata dall’Onu nel 2000, lungo i 130 chilometri di confine fra il Paese dei Cedri e lo Stato ebraico: quella, cioè, dove operano le forze dell’Unifil. «Si tratta di una fascia di sicurezza profonda dieci chilometri, molto più forte, più intensa, più continua e più solida di quella che avevamo prima. È lì che ci troviamo e non ce ne andremo» ha affermato Adraee. Concetto rilanciato poco dopo dal ministro della Difesa Katz: «Continueremo a mantenere e controllare tutte le posizioni bonificate e messe in sicurezza».
Nell’area ci sono 55 tra città e villaggi. O meglio, c’erano. Perché già almeno venti centri abitati sono stati rasi al suolo con la dinamite dalle cinque divisioni militari presenti, aiutate da appaltatori privati e operai pagati in base al numero di strutture abbattute, alcuni dei quali hanno già lavorato nella Striscia: case, edifici pubblici e religiosi, scuole. Tutto demolito nell’ambito della “bonifica”. E infatti gli sfollati che all’indomani del cessate il fuoco avevano nuovamente caricato sulle auto materassi e bambini, sperando di tornare a casa, sono stati rimandati indietro: costretti a riprendere la via del nord dove non hanno niente, «col cuore spezzato», come ha raccontato uno di loro al Guardian.
Perfino la divisione in zone dell’area controllata dall’Idf ripete la formula applicata a Gaza: l’esercito raggruppato in una “zona rossa” adiacente al confine, dove tutto è già stato raso al suolo: “Hezbollah-free”, come l’hanno definita. La linea gialla comprende invece i villaggi situati tra i sei e i dieci chilometri dal confine. Occuparli serve a Israele a impedire il fuoco diretto contro le comunità civili nel nord dello Stato ebraico: è la linea “antimissile e anticarro”. Lì, combattimenti sono ancora in corso intorno a Bint Jbeil, la roccaforte dove, accerchiati, resistono alcuni miliziani sciiti. C’è poi la “zona Litani”: il fiume che l’Idf aspira a usare come nuovo confine per piazzarci punti di osservazione e da cui fare eventuali incursioni.
Proprio come a Gaza, l’Idf spara a chiunque si avvicini. Con buona pace del cessate il fuoco iniziato giovedì, le cui clausole — lo dicono diversi analisti — sono ambigue e piene di contraddizioni: riconoscendo contemporaneamente la «cessazione delle ostilità» e il «diritto di Israele all’autodifesa». Concetto declinato dai militari in maniera ampia: non solo riferito a minacce imminenti, ma anche possibili. «Israele sembra volersi approfittare della situazione creando il fatto compiuto», ha affermato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, riassumendo il timore di molti. Sì, perché prima di ritirarsi nel 2000 - mantenendo il controllo dell’area delle Fattorie di Shebaa - lo Stato ebraico ha occupato il Libano meridionale per anni. Così come oggi continua a occupare le alture del Golan siriane (che sono state annesse) e i territori palestinesi in Cisgiordania.
Insomma, visti i precedenti, il timore è che, come già altrove, anche questa “linea Gialla” passi da zona militare temporanea ad occupazione a lungo termine. Tanto più che già alcuni ministri della destra messianica lo ripetono: «Anche il Libano fa parte della Grande Israele»: ovvero la promessa biblica della terra tra il Nilo e l’Eufrate. Di sicuro, quelle aree al momento trasformate in terra di nessuno possono diventare un’efficace leva in sede di trattative. Tanto più col Libano, che già sostiene come anche la Linea Blu dell’Onu sia scorretta e gli sottragga terre rispetto al confine storico della Linea di Armistizio del 1949.
Il rischio è un nuovo stallo. Tanto più con un governo debole e senza soldi come quello libanese. Schiacciato fra l’incudine della potenza israeliana e il martello dell’ala militare di Hezbollah, finanziata dall’Iran e più forte delle forze armate nazionali. Anche per questo, martedì il premier libanese Nawaf Salam sarà a Parigi per una visita all’amico Emmanuel Macron, annunciata dopo la morte del militare dell’Unifil ucciso da Hezbollah. I due, scrive l’Eliseo in una nota, discuteranno delle «azioni intraprese per garantire la piena sovranità del Libano».