ISLAMABAD – E’ dovuto andare in tv, Mohammed Ghalibaf, per spiegare che il negoziato con gli americani non è «un tradimento», ma la continuazione della guerra con altri mezzi per difendere le conquiste realizzate «sul campo di battaglia». A dire, anche, che con l’America bisogna parlare perché è non è pensabile sconfiggere una superpotenza con la sola forza. L’intervista serviva a fermare l’ondata di attacchi che ha travolto lui e il suo vice-negoziatore, il ministro degli esteri Abbas Araghchi, dopo il primo round di trattative a Islamabad e la successiva riapertura di Hormuz, subito rinnegata dai Pasdaran. Ghalibaf e Araghchi sono finiti nel mirino dei più intransigenti che considerano qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti un cedimento. Questa tensione ai vertici del potere in Iran contribuisce a spiegare la difficoltà di arrivare a un accordo, da parte iraniana, e anche di decidere se partecipare o meno a nuovi negoziati: chi comanda davvero a Teheran?
Dopo il primo round di…
ISLAMABAD – E’ dovuto andare in tv, Mohammed Ghalibaf, per spiegare che il negoziato con gli americani non è «un tradimento», ma la continuazione della guerra con altri mezzi per difendere le conquiste realizzate «sul campo di battaglia». A dire, anche, che con l’America bisogna parlare perché è non è pensabile sconfiggere una superpotenza con la sola forza. L’intervista serviva a fermare l’ondata di attacchi che ha travolto lui e il suo vice-negoziatore, il ministro degli esteri Abbas Araghchi, dopo il primo round di trattative a Islamabad e la successiva riapertura di Hormuz, subito rinnegata dai Pasdaran. Ghalibaf e Araghchi sono finiti nel mirino dei più intransigenti che considerano qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti un cedimento. Questa tensione ai vertici del potere in Iran contribuisce a spiegare la difficoltà di arrivare a un accordo, da parte iraniana, e anche di decidere se partecipare o meno a nuovi negoziati: chi comanda davvero a Teheran?
Dopo il primo round di colloqui, nelle piazze che ormai da sette settimane si riempiono di sostenitori del regime, donne in nero avvolte nel chador e uomini armati urlavano slogan contro il negoziato. Quando ha annunciato che lo stretto sarebbe stato riaperto «completamente», Araghchi è stato bersagliato dalle agenzie di stampa legate ai Pasdaran, come Tasnim, che lo accusavano di aver mostrato debolezza. «Riapriremo lo stretto quando ci sarà ordinato dal nostro leader, l’imam Khamenei, e non sulla base di un tweet di qualche idiota», hanno scritto i Pasdaran in un messaggio inviato alle navi bloccate a Hormuz. A Ghalibaf è andata pure peggio. L’account dei sostenitori di Saeed Jalili - un falco che guida la fazione dei Paydari, è stato consigliere di Ali Khamenei e candidato alla presidenza contro Pezeshkian - l’ha accusato addirittura di tramare per un colpo di stato. Il post è stato cancellato dopo poco, ma diverse fonti raccontano di litigate furiose tra il capo-negoziatore e i Paydari, accusati di voler mandare in rovina l’Iran.
L’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei ha fatto emergere una nuova generazione di politici e comandanti militari in Iran, ma anche scavato nuove divisioni tra pragmatici e fondamentalisti, tra chi considera necessario un negoziato per liberare l’Iran dall’isolamento economico in cui è costretto e chi invece punta all’autarchia e alla cosiddetta “economia di resistenza”. Il figlio Mojtaba, ferito, debilitato, sembra incapace di imporre una linea unica. Senza una leadership centrale forte, le divergenze sono esplose al punto che durante i negoziati in Pakistan i mediatori sono dovuti intervenire per placare le liti. «Le loro discussioni erano così feroci che i mediatori pachistani hanno trascorso tanto tempo a fare da arbitri tra gli iraniani quanto a trattare con gli americani», racconta l’Economist.
Anche se è improbabile che si sia mosso senza la benedizione dei comandi militari, Araghchi appartiene all’ala dei pragmatici come il suo vice, Majid Takht-Ravanchi, il presidente Pezeshkian o l’ex presidente Rouhani, inclini al dialogo diversamente dagli ultraradicali di cui fanno parte il capo dei Pasdaran, Ahmed Vahidi, il segretario del consiglio supremo, Mohammad Bagher Zolghadr, e personaggi meno in vista come l’ex ministro dell’intelligence dell’Ircg, Hossein Taeb, e Mohammad Ali Jafari. Ex comandante dei Guardiani, Jafari è un personaggio di cui si parla poco ma anche esercita una grossa influenza dietro le quinte: è stato consigliere di Khamenei e si dice abbia ideato la strategia di colpire le basi militari Usa e le infrastrutture energetiche del Golfo in risposta agli attacchi sull’Iran.
Nel 2024, in un audioleak, l’ex ministro degli esteri Zarif accusò gli “intransigenti” di aver preso il controllo dell’Iran e Taeb e Jafari di aver influenzato le elezioni presidenziali. Sono gli stessi che, con Vahidi, hanno voluto la nomina di Khamenei junior come Guida Suprema. Da ex comandante Pasdaran, Ghalibaf mantiene ottimi rapporti con i Guardiani, come da politico navigato è capace di un certo pragmatismo. Media, cuce, ma le decisioni a Teheran ora passano per una leadership collettiva. Che è convinta di aver vinto sul campo di battaglia, e non intende concedere con la diplomazia quello che gli Stati Uniti non hanno ottenuto con la guerra.