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Israele chiede scusa per il Cristo profanato. Pizzaballa condanna: “Gesto intollerabile”

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La statua è stata colpita da un soldato israeliano nel villaggio libanese di Debel, in una piccola comunità cristiano-maronita all’interno della “linea gialla”
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GERUSALEMME – È autentica l’immagine del soldato israeliano intento a prendere a colpi di mazza la statua del Gesù crocifisso, appartenuta a un piccolo altare costruito ai margini del villaggio libanese di Debel, 400 abitanti appena. Minuscola comunità cristiano-maronita finita all’interno di quella “linea gialla” che segna l’area occupata dall’Idf nel sud del Paese dei cedri. La “zona cuscinetto” che si è “mangiata” 10 chilometri di territorio libanese. E dove, sul modello già applicato a Gaza, gli israeliani stanno facendo letteralmente il vuoto con dinamite e bulldozer.

Il portavoce dell’esercito, colonnello Nadav Shoshani, ha ammesso le responsabilità, domenica notte. Promettendo «grande severità» verso il militare autore del gesto offensivo, nel frattempo identificato, ma il cui nome non è stato diffuso. Promettendo pure di «rimettere la statua al suo posto».

La foto, diffusa via social e subito diventata virale, ha enormemente imbarazzato il governo israeliano, tanto che pr…

GERUSALEMME – È autentica l’immagine del soldato israeliano intento a prendere a colpi di mazza la statua del Gesù crocifisso, appartenuta a un piccolo altare costruito ai margini del villaggio libanese di Debel, 400 abitanti appena. Minuscola comunità cristiano-maronita finita all’interno di quella “linea gialla” che segna l’area occupata dall’Idf nel sud del Paese dei cedri. La “zona cuscinetto” che si è “mangiata” 10 chilometri di territorio libanese. E dove, sul modello già applicato a Gaza, gli israeliani stanno facendo letteralmente il vuoto con dinamite e bulldozer.

Il portavoce dell’esercito, colonnello Nadav Shoshani, ha ammesso le responsabilità, domenica notte. Promettendo «grande severità» verso il militare autore del gesto offensivo, nel frattempo identificato, ma il cui nome non è stato diffuso. Promettendo pure di «rimettere la statua al suo posto».

La foto, diffusa via social e subito diventata virale, ha enormemente imbarazzato il governo israeliano, tanto che prima il ministro degli Esteri Gideon Saar e poi il premier Benjamin Netanyahu si sono «scusati con ogni cristiano i cui sentimenti sono stati feriti». Parlando pure di «gesto vile e contrario ai nostri valori».

Fra le voci che si sono sollevate per chiedere che l’episodio non venga sottovalutato e il responsabile sottoposto a «provvedimenti disciplinari immediati e decisivi» spicca quella del cardinale Pierbattista Pizzaballa, il Patriarca latino di Gerusalemme. Lo stesso a cui le autorità israeliane impedirono di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme, per la “prima volta dopo secoli”, il 29 marzo. Che è anche presidente dell’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa, l’organismo che riunisce vescovi e capi religiosi di rito latino, melchita, maronita, armeno, siro-cattolico e caldea e coordina l’attività pastorale in Israele, Palestina, Giordania e Cipro.

In una nota a sua firma ma scritta a nome dell’intera Assemblea, stigmatizza il «gesto intollerabile», definendolo «inquietante fallimento, preoccupante mancanza di formazione morale e umana, in cui persino il più elementare rispetto per il sacro e per la dignità altrui è stato compromesso». Ribadendo che «la vera pace non può nascere dalla violenza». D’altronde, il Cristo di Debel non è l’unico simbolo religioso vittima di questa guerra. Fra gli alti, la settimana scorsa, è stata distrutta la Grande moschea di Bint Jbeil, costruita 400 anni fa.

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