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“Dagli Usa troppi errori, non sono professionali. Lasciate trattare il Golfo”

Ebtesam al-Ketbi 

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Intervista all’analista emiratina Ebtesam al-Ketbi che critica Washington e invoca un ruolo nelle trattative per i Paesi dell’area. “Sottovalutano il regime, che è molto sofisticato. Gli iraniani sono intelligenti e temporeggiano”
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ADU DHABI – Ebtesam al-Ketbi è fondatrice e presidente dell’Emirates Policy Center, uno dei think tank più influenti della regione. Per il suo impegno è stata inserita in una classifica delle 50 donne più influenti del mondo arabo ed è membro della commissione consultiva del Consiglio di Cooperazione degli Stati arabi del Golfo (Gcc). La incontriamo ad Abu Dhabi al quinto piano dell’edificio Das Tower, in un grande ufficio con vetrate che danno sulla marina.

Lei ha scritto in un commento che i Paesi del Golfo devono stare al tavolo negoziale.

«Noi condividiamo la regione del Golfo con l’Iran. Abbiamo sopportato gli attacchi dall’Iraq. Non è una questione tra Usa e Iran. Siamo parte di questa guerra e dovremmo sedere a quel tavolo. L’esito di qualsiasi accordo avrà un impatto su di noi. Che tipo di architettura di sicurezza regionale ne uscirà? Chi ne ridefinirà le regole? Per quello che capiamo ora l’attenzione è rivolta principalmente verso le strutture nucleari e lo Stretto di …

ADU DHABI – Ebtesam al-Ketbi è fondatrice e presidente dell’Emirates Policy Center, uno dei think tank più influenti della regione. Per il suo impegno è stata inserita in una classifica delle 50 donne più influenti del mondo arabo ed è membro della commissione consultiva del Consiglio di Cooperazione degli Stati arabi del Golfo (Gcc). La incontriamo ad Abu Dhabi al quinto piano dell’edificio Das Tower, in un grande ufficio con vetrate che danno sulla marina.

Lei ha scritto in un commento che i Paesi del Golfo devono stare al tavolo negoziale.

«Noi condividiamo la regione del Golfo con l’Iran. Abbiamo sopportato gli attacchi dall’Iraq. Non è una questione tra Usa e Iran. Siamo parte di questa guerra e dovremmo sedere a quel tavolo. L’esito di qualsiasi accordo avrà un impatto su di noi. Che tipo di architettura di sicurezza regionale ne uscirà? Chi ne ridefinirà le regole? Per quello che capiamo ora l’attenzione è rivolta principalmente verso le strutture nucleari e lo Stretto di Hormuz. Sono importanti, ma altrettanto lo sono i missili e i droni che ci hanno attaccato giorno e notte durante la guerra. Provenivano anche dall’Iraq: i proxies sono una minaccia per la regione. Ieri altre navi sono state attaccate nello Stretto. Quanto a lungo resteranno gli Usa? E se anche durante il blocco Usa, l’Iran, come ha dimostrato ieri, è in grado di attaccare, chi garantirà lo Stretto? Teheran non rispetta gli accordi, lo abbiamo visto anche dopo il 2015».

Tre navi sono state prese di mira e due sequestrate dall’Irgc, i pasdaran. Come giudica questo sviluppo?

«Si tratta di un’escalation calibrata ma estremamente pericolosa. L’Iran sta mettendo alla prova i limiti del blocco marittimo nell’ambito di un cessate il fuoco nominale, e il rischio è che il prossimo incidente non rimanga circoscritto».

Lei è un’analista navigata e conosce bene l’Iran. Crede che gli Usa abbiano il giusto approccio?

«Credo che prima della guerra gli Usa abbiano sottovalutato e fatto un errore di calcolo riguardo al risultato dopo l’uccisione di Khamenei e gli altri leader. Hanno pensato che fosse come in Iraq. Non hanno capito che la struttura del regime è costituita da strati su strati. Ne uccidi uno? Ne arrivano 20. Uccidi i 20? Ne arrivano 200. È un regime sofisticato. Costruito così perché è sempre stato in guerra. Come se non bastasse, in questo negoziato gli Usa stanno banalizzando il pensiero iraniano. Ed è così che ci troviamo nella situazione attuale. Questo si deve anche al fatto che i negoziatori dal lato americano non sono apparsi professionali. Gli iraniani sanno che Trump non ha pazienza ed è pronto a qualsiasi accordo, e ha le Midterm, il 4 luglio ecc. Deve arrivare con una vittoria o un accordo. Nessuno negli Usa vuole andare in guerra. Gli iraniani sono molto intelligenti e lo sanno. E temporeggiano».

Quali sono le garanzie di sicurezza che gli Emirati e i partner possono trovare soddisfacenti?

«Dovrebbe essere un ombrello di sicurezza internazionale. Non solo americano».

Valuta positivamente la discussione europea riguardo a una missione militare per garantire la sicurezza nello Stretto?

«Arrivano tardi. Doveva essere fatta prima, non dopo che osservi che non c’è più soluzione. Dopo l’uccisione delle vecchie guardie è arrivata una nuova generazione, più rigida, ideologica, pronta al martirio. Non vogliono un accordo, vogliono combattere. L’Europa ora pensa che l’Iran sia razionale e apra lo Stretto: non si rendono conto della realtà sul terreno? La leadership politica non ha potere. L’Irgc sta prendendo il controllo. Abbiamo un detto in arabo: “Se arrivi tardi, meglio che non vieni”».

Gli Emirati hanno dimostrato resilienza. La vita è ripresa normale nonostante il calo del turismo. Ma si vive in una costante minaccia di escalation.

«Siamo stati il Paese più attaccato. Oltre 2.600 tra missili e droni, più di qualsiasi altro Paese del Golfo. Teheran voleva attaccare il nostro modello di prosperità, tolleranza e successo. Ci ha attaccato di più, nonostante le nostre relazioni siano buone. Il 97% dei missili e droni è stato intercettato. Non erano diretti a siti militari, la stragrande maggioranza era diretta a infrastrutture civili. Ma data la resilienza dimostrata, molte persone, expat e turisti hanno scelto di rimanere o tornare. Le guerre causano danni economici, ma gli Emirati hanno costruito il loro modello in un ambiente instabile. La nostra resilienza si basa sull’essere pronti alle crisi».

C’è dibattito riguardo alla ridefinizione della strategia geopolitica di Abu Dhabi?

«Non mettiamo in discussione la partnership con gli Usa, ma non vogliamo esser dei figli, vogliamo essere dei partner. Abbiamo combattuto. I missili che erano diretti agli Emirati e alle basi Usa sono stati intercettati da noi. Certo usiamo tecnologie americane, francesi, italiane, ma lo abbiamo fatto con la nostra gente. I nostri soldati sono morti. Dunque quando vengono discussi temi relativi al Golfo noi dovremmo essere al tavolo».

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