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Trump corre sul negoziato: “Vertice entro due giorni”. Ma l’Iran rallenta: “Bugie”

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La fretta del tycoon: “Incontro a Islamabad domani, la tregua è limitata”. Teheran punta a sfiancarlo: “Impossibile finché non sblocca Hormuz”
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ISLAMABAD – Con lo stretto di Hormuz ostaggio del doppio blocco navale, iraniano e americano, a decidere della guerra o della pace non sono più gli eserciti, i leader, la diplomazia: sono i mercati. E un fattore, cruciale: il tempo. Trump sostiene di averne molto a disposizione, ma spinge per tornare al tavolo delle trattative. Il cessate il fuoco che ha esteso unilateralmente martedì sera, non è, come aveva lasciato intendere, a tempo indeterminato. Un nuovo incontro potrebbe tenersi già entro domani, ha detto ieri al New York Post, mostrandosi fiducioso sui progressi della diplomazia. Axios, che solitamente ha buone fonti alla Casa Bianca, scrive che gli Stati Uniti avrebbero dato all’Iran dai «tre ai cinque giorni» per superare «le divisioni tra di loro» e presentare una proposta coerente, non di più. Media israeliani portano la scadenza a domenica. Cambia poco: tutte le indiscrezioni vanno nella stressa direzione: l’urgenza della Casa Bianca trumpiana di trovare una via di uscita …

ISLAMABAD – Con lo stretto di Hormuz ostaggio del doppio blocco navale, iraniano e americano, a decidere della guerra o della pace non sono più gli eserciti, i leader, la diplomazia: sono i mercati. E un fattore, cruciale: il tempo. Trump sostiene di averne molto a disposizione, ma spinge per tornare al tavolo delle trattative. Il cessate il fuoco che ha esteso unilateralmente martedì sera, non è, come aveva lasciato intendere, a tempo indeterminato. Un nuovo incontro potrebbe tenersi già entro domani, ha detto ieri al New York Post, mostrandosi fiducioso sui progressi della diplomazia. Axios, che solitamente ha buone fonti alla Casa Bianca, scrive che gli Stati Uniti avrebbero dato all’Iran dai «tre ai cinque giorni» per superare «le divisioni tra di loro» e presentare una proposta coerente, non di più. Media israeliani portano la scadenza a domenica. Cambia poco: tutte le indiscrezioni vanno nella stressa direzione: l’urgenza della Casa Bianca trumpiana di trovare una via di uscita dal conflitto.

Alcune compagnie aree cominciano a cancellare migliaia di voli perché non hanno garantite le scorte di carburante. La Spirit Airlines sarebbe addirittura in trattative con l’amministrazione per un prestito da 500 milioni di dollari che serve a evitare il fallimento. Tra gli alleati americani nel Golfo le cose vanno anche peggio. Gli Emirati hanno chiesto a Washington una “swap line”, un accordo tra banche centrali per scambiare le valute e conservare liquidità contro lo choc petrolifero. Parliamo di un emirato che ha fondi sovrani con patrimoni stimati tra i 2000 e i 3000 miliardi di dollari, ma sono in gran parte soldi investiti, manca il contante a Dubai.

Segnali che non sfuggono a Teheran. Il presidente Pezeshkian ribadisce che la Repubblica islamica è «aperta al dialogo», che l’ostacolo sono «la malafede, l’assedio e le minacce» di Trump, ma il sistema non sembra intenzionato a negoziare se prima Washington non accetta le sue condizioni. Il capo negoziatore Mohammed Ghalibafha ribadito che la riapertura dello Stretto di Hormuz è impossibile se permane il blocco navale americano, «una palese violazione del cessate il fuoco». Tasnim, l’agenzia di stampa legata ai Pasdaran, è ancora più esplicita: «Trump ha mentito di nuovo. L’Iran al momento non ha intenzione di negoziare venerdì».

«Gli iraniani stanno dando l’impressione di voler rallentare tutto», confida una fonte diplomatica europea a conoscenza delle discussioni in corso. Rallentare per aumentare la pressione su Trump scommettendo sul fatto che gli Stati Uniti, i loro alleati e l’economia globale non possano sopportare a lungo il peso di Hormuz bloccato. E che Trump non abbia la forza politica, se non militare, né la voglia per riprendere la guerra. È una scommessa ovviamente rischiosa anche per Teheran. Da febbraio, due milioni di persone hanno perso il lavoro in Iran a causa della guerra, per stessa ammissione del governo, uno tsunami che può solo aggravarsi in mancanza di un accordo. La Repubblica islamica rischia di ritrovarsi ancora sotto sanzioni, con nessuna compensazione per le perdite provocate dal conflitto, che ammontano ad almeno 270 miliardi di dollari, e le sue petroliere sotto tiro della marina americana. I pachistani stanno lavorando per convincere Trump a rimuovere il blocco e gli iraniani a tornare a Islamabad. Lavorano di concerto con egiziani e turchi e ieri sera apparivano ottimisti sulla possibile ripresa del negoziato. Anche per i mediatori la carta vincente è una: il tempo, che può essere tiranno sia per Washington che per Teheran.

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