ISLAMABAD – Sbloccare lo stallo, evitare una nuova guerra: la diplomazia pachistana spera di poter portare di nuovo al tavolo delle trattative americani e iraniani, un second round più fruttuoso di quello finito con J.D Vance scuro in viso. Ma il dialogo resta molto fragile.
Ieri il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato un suo breve tour diplomatico tra Islamabad, Muscat (in Oman) e Mosca, ed è arrivato in serata nella capitale pachistana. Poco dopo l’annuncio, la Casa Bianca ha fatto sapere che anche l’inviato Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, sarebbero arrivati oggi in Pakistan per incontrare l’emissario iraniano, con il quale hanno già trattato per settimane prima della guerra, senza risultati. Secondo la portavoce di Trump, Caroline Leavitt, a chiedere l’incontro sarebbero stati gli iraniani. Teheran però smentisce la possibilità di colloqui diretti. Il viaggio di Araghchi, dicono, è per discutere di questioni «regionali» e «bilaterali». L’…
ISLAMABAD – Sbloccare lo stallo, evitare una nuova guerra: la diplomazia pachistana spera di poter portare di nuovo al tavolo delle trattative americani e iraniani, un second round più fruttuoso di quello finito con J.D Vance scuro in viso. Ma il dialogo resta molto fragile.
Ieri il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato un suo breve tour diplomatico tra Islamabad, Muscat (in Oman) e Mosca, ed è arrivato in serata nella capitale pachistana. Poco dopo l’annuncio, la Casa Bianca ha fatto sapere che anche l’inviato Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, sarebbero arrivati oggi in Pakistan per incontrare l’emissario iraniano, con il quale hanno già trattato per settimane prima della guerra, senza risultati. Secondo la portavoce di Trump, Caroline Leavitt, a chiedere l’incontro sarebbero stati gli iraniani. Teheran però smentisce la possibilità di colloqui diretti. Il viaggio di Araghchi, dicono, è per discutere di questioni «regionali» e «bilaterali». L’Iran «sta dialogando solo con i pachistani in merito alle considerazioni della Repubblica islamica sulla fine della guerra», scrive Tasnim, l’agenzia legata ai pasdaran. Trump però insiste: «Stanno formulando un’offerta per soddisfare le nostre richieste - dice -. Stiamo trattando con le persone che detengono attualmente il potere».
L’enorme sfiducia e il gioco di inganni, smentite e depistaggi in corso tra Teheran e Washington impongono cautela ai mediatori: domenica scorsa, Trump aveva annunciato la partenza di J.D Vance, che però non è mai avvenuta perché gli iraniani non si sono presentati a Islamabad. Il vicepresidente Usa resta infatti a Washington, in attesa di capire se questa è davvero la volta buona. I negoziatori della Repubblica islamica sono sotto forti pressioni da parte delle fazioni più radicali del sistema, che non vogliono alcuna trattativa con gli americani fino a quando Washington non avrà accettato le loro condizioni. Allo stesso tempo gli iraniani sanno che l’alternativa al negoziato è la guerra, con il proseguimento del blocco navale statunitense, che ha un impatto serio sulle casse di Teheran. «In teoria hanno più di un incentivo a negoziare, ma sono divisi. Araghchi presenterà le loro valutazioni sull’accordo offerto dagli americani e le loro controproposte», dice una fonte diplomatica pachistana. L’obiettivo è costruire un quadro condiviso per nuovi colloqui diretti. «Se questo porterà a un incontro con Witkoff non è ancora detto, ma certo auspicabile».
Trump ha interesse e fretta di tornare al tavolo con gli iraniani perché il blocco di Hormuz è insostenibile per i suoi alleati del Golfo, ha ripercussioni anche sull’economia americana e perché dopo il primo maggio dovrà chiedere l’autorizzazione al Congresso per continuare la guerra. Potrebbe estendere la War Powers Resolution che gli consente di bypassarlo, ma solo per azioni difensive. Il viaggio di Araghchi serve a esplorare «possibili soluzioni per avvicinare ancora le distanze sul nucleare a Hormuz», prosegue la fonte. L’iraniano andrà in Oman, l’altra sponda dello Stretto, fondamentale per deciderne la gestione. E a Mosca, dove Putin si è offerto di accogliere l’uranio già arricchito dell’Iran, come fece nel 2015 quando fu firmato il Jcpoa. Gli iraniani finora rifiutato di far uscire il materiale dal Paese, Trump lo vorrebbe addirittura negli Stati Uniti. «Può darsi che i russi abbiano qualche idea su come sbloccare l’impasse», conclude la fonte pachistana.