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“Morti, ustionati e terrore, ma anche eroi che salvarono vite. Vi racconto l’inferno di Chernobyl”

Il ricordo di Gennadiy Aleksandrovich Shiryaev a 40 anni dal disastro: “Mio padre lavorava nella centrale, ma sull’incidente calò il silenzio delle autorità. Vedemmo un bagliore blu, una luce indimenticabile. E capimmo che era accaduta una tragedia. La città di Prypiat evacuata in due ore. I miei genitori uccisi dalle conseguenze delle radiazioni”
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Pochi giorni prima dell’attacco russo all’Ucraina nel febbraio 2022, l’esercito ucraino si esercitava a Chernobyl. La città fantasma di Prypiat, abbandonata dopo il disastro del 1986 nella vicinissima centrale, era lo scenario perfetto per simulare la guerra urbana. Sparavano colpi di addestramento tra i palazzi dove un tempo viveva Gennadiy Aleksandrovich Shiryaev, oggi direttore dell’Unione degli invalidi di Chernobyl-86. Lì accanto c’era la famosa ruota panoramica.

C’è mai salito?

«Mai. Doveva essere inaugurata il 1 maggio 1986, ma il 26 aprile esplose il reattore. Era tutto pronto per la festa, non c’è mai stata».

Quanti anni aveva?

«25. Mio padre lavorava alla centrale e ci eravamo trasferiti a Prypiat, io lavoravo nell’edilizia per i dipendenti della centrale e dell’indotto».

Quanta gente viveva a Prypiat?

«Quasi 50mila persone, i dati non sono precisi. Tutto ruotava intorno alla centrale, in cui lavoravano 4.000 …

Pochi giorni prima dell’attacco russo all’Ucraina nel febbraio 2022, l’esercito ucraino si esercitava a Chernobyl. La città fantasma di Prypiat, abbandonata dopo il disastro del 1986 nella vicinissima centrale, era lo scenario perfetto per simulare la guerra urbana. Sparavano colpi di addestramento tra i palazzi dove un tempo viveva Gennadiy Aleksandrovich Shiryaev, oggi direttore dell’Unione degli invalidi di Chernobyl-86. Lì accanto c’era la famosa ruota panoramica.

C’è mai salito?

«Mai. Doveva essere inaugurata il 1 maggio 1986, ma il 26 aprile esplose il reattore. Era tutto pronto per la festa, non c’è mai stata».

Quanti anni aveva?

«25. Mio padre lavorava alla centrale e ci eravamo trasferiti a Prypiat, io lavoravo nell’edilizia per i dipendenti della centrale e dell’indotto».

Quanta gente viveva a Prypiat?

«Quasi 50mila persone, i dati non sono precisi. Tutto ruotava intorno alla centrale, in cui lavoravano 4.000 dipendenti diretti tra cui mio padre: caricava le barre che alimentavano i reattori. Mia madre invece era caposala al poliambulatorio di Prypiat».

All’1,26 del mattino esplode il reattore numero 4.

«Dormivamo. Era sabato, la mattina sono venuti alcuni colleghi di papà, dicevano che era successo qualcosa ma non ci ho fatto caso, l’idea stessa di un incidente del genere era inconcepibile. Eravamo stati formati con la convinzione che non potesse accadere nulla di veramente negativo nel nostro Paese. Ho sentito papà uscire con loro. Io sono uscito più tardi, intorno alle 10».

Quando avete capito?

«C’è voluto tempo. Nessuna informazione ufficiale, solo voci. Noi ragazzi vedevamo gente preoccupata, non capivamo. Siamo saliti sul tetto del palazzo più alto di Prypiat, al 16esimo piano. Da lì si vedeva la centrale: qualche fiamma, una luce indimenticabile, un bagliore blu e rosa nel cielo. La fiamma, i colori, la luce. Ma era lontano, non ci rendevamo conto del disastro. Sono state le sirene a farci capire: vigili di fuoco, ambulanze, soccorsi. Mia madre è stata richiamata in servizio, in ambulatorio le diedero compresse di iodio da distribuire alla popolazione. E lì ho capito che doveva essere successa una grande tragedia. Più tardi la mandarono sulle ambulanze che evacuavano i feriti».

Cosa le raccontò?

«Ustioni terribili. Solo più tardi ha capito che non erano da fiamma ma da radiazioni».

Suo padre?

«Aveva il turno di sera e andò in centrale. Non c’erano informazioni ufficiali, ma si diceva che avevano evacuato vigili del fuoco con ustioni gravissime. Una vicina di casa venne da noi: suo marito, il maggiore Valentin Bogdan del Kgb, era il responsabile della sicurezza della centrale: all’epoca le famiglie normali non avevano il telefono, mio padre dalla centrale chiamò loro per avvisare che non sarebbe tornato a fine turno. Poi interruppero tutti i mezzi di comunicazione con l’esterno, in modo che non si diffondesse la notizia del disastro. A mezzogiorno del 27, dopo quasi 36 ore dall’esplosione, iniziarono a girare auto con gli altoparlanti: dovevamo prepararci per evacuare la città. Ci hanno dato due ore, alle 14 eravamo sui pullman».

Il maggiore Bogdan?

«Cercò di salvare alcuni soldati. Aveva ricevuto l’ordine di circondare la centrale, ma non aveva senso perché tutti i varchi erano aperti per le auto e i camion dei soldati e dei soccorsi, per i dosimetristi e il personale. Non lo rispettò, disse ad alcuni uomini di andarsene. Ha salvato vite, ma so che lo hanno interrogato per anni con l’accusa di sabotaggio».

Dove vi portarono con i pullman?

«Mia madre ed io in un paese a una cinquantina di chilometri. Mio padre restò alla centrale: dopo ogni turno lo portavano a dormire in una colonia per i ragazzi diventata l’accampamento dei liquidatori”.

Alcuni morirono subito, molti altri dopo.

«Nella prima settimana morirono 31 pompieri e 26 dipendenti. Alcuni in poche ore, altri sopravvissero qualche giorno. Gli ustionati erano tantissimi, alcuni operavano nell’olio bollente dei macchinari che arrivava alle ginocchia».

Ha visto le serie tv su Chernobyl?

«Ho visto il film americano su Netflix. Se ci fossimo comportati come descrive, probabilmente l’incendio dovremmo ancora spegnerlo oggi. L’unica figura corretta era Alexey Ananenko, il liquidatore capoturno sceso nella sala del reattore per chiudere l’acqua con due colleghi. Dopo il film hanno dato a tutti e tre il titolo di eroe dell’Ucraina. Tardi, e poi andava dato a tutti coloro che lavorarono in quell’inferno».

Chiudere l’acqua salvò molte vite.

«Un'azione eroica. E bisogna ringraziare anche i minatori di Donetsk, che hanno scavato il tunnel sotto il reattore pompando via l’acqua contaminata e iniettando cemento liquido per stabilizzarlo, aveva raggiunto una temperatura incredibile».

Che giudizio dà di quei giorni?

«Un disastro del genere poteva succedere solo in Unione Sovietica, ma anche liquidare questa tragedia in tempi così brevi con così tante vittime. Nel bene e nel male, poteva succedere solo in Unione Sovietica. I liquidatori li chiamavamo bio-robot: le macchine che mandavano andavano in guasto per la radiazione, allora lavoravano gli uomini come robot. Anche in quel periodo tra i dirigenti c’erano tanti stupidi. Nel 1987 mi mandarono come dosimetrista nella foresta rossa a misurare la contaminazione. Feci una mappa, il ministero della Difesa mandò i soldati riservisti senza protezioni a tagliare gli alberi con una sega a mano. Poi si lodarono per la rapidità”.

Oggi di cosa si occupa?

«Sono un volontario, vado spesso al fronte ad aiutare. L’associazione che dirigo invece cerca di aiutare le vittime di Chernobyl con ricoveri e medicinali».

I danni emergono ancora?

«Eccome. Le radiazioni colpiscono ciascuno in modo diverso: reni, fegato, polmoni. Soprattutto tumori».

I suoi genitori?

«Sono morti entrambi di Chernobyl. Mia madre rimase paralizzata per 10 anni, ebbe 7 ictus collegati alle radiazioni. Papà è morto molti anni dopo e non aveva più un organo funzionante. Anche per lui la causa è certificata. Ma negli anni ’90 i medici non dicevano nulla, tutto era segreto: ti davano la cura e stop. Io dopo Chernobyl lavoravo come dosimetrista e falsavamo i registri per continuare a lavorare, non capendo i rischi. Ancora oggi non si conoscono bene gli effetti nel tempo delle piccole dosi. I bambini di Prypiat oggi hanno circa 45 anni e molti si sono ammalati».

In Ucraina ci sono ancora centrali nucleari attive in piena guerra.

«Purtroppo l'umanità ha bisogno dell'energia. Finché non ci sarà un’alternativa non potremo farne a meno».

La centrale di Chernobyl è stata nuovamente colpita.

«Hanno colpito il sarcofago con un drone. Un dosimetrista a cui insegnai il lavoro era di turno, dice che l’esplosione ha perforato lo strato più esterno del sarcofago con un buco di 6 metri. Il pericolo resta alto: con un gruppo di volontari la notte tentiamo di abbattere i droni russi con la mitragliatrice, abbiamo un programma che ne traccia la rotta e i russi raggruppano sopra Chernobyl quelli in arrivo dal Nord prima di lanciarli all’attacco. Sanno che lì non possono essere abbattuti. Quell’attacco è stato un test».

La sua salute?

«Una volta sul tetto del reattore mi è caduto il respiratore e ho respirato quell’aria contaminata. Il giorno dopo avevo un mal di gola terribile. Dopo Chernobyl avevo le analisi sballate e problemi di pressione. A 45 anni mi hanno mandato in pensione per invalidità. Ho grandi problemi di cuore, ma sono ancora qui».

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