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Lo stesso albergo dell’attentato a Reagan dell’81. La lunga scia del sangue dei presidenti

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Da Lincoln a JFK, tre sono i capi della Casa Bianca uccisi mentre erano in carica. Ma non sono mancati i tentativi. L’attore di western divenuto leader sorprese la moglie con la battuta: “Mi dispiace Nancy, non sono riuscito a schivare i colpi”
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LONDRA – Corsi e ricorsi della storia. L’albergo in cui questa notte sono risuonati gli spari vicino a Donald Trump è lo stesso in cui nel 1981 Ronald Reagan sfugge per un soffio ai colpi di pistola sparati, anche allora, da un giovane uomo: il Washington Hilton. Un proiettile arriva a due centimetri dal cuore del presidente di cui Trump tiene un grande ritratto nell’Ufficio Ovale: Reagan è operato d’urgenza e si salva, rivolgendo ai chirurghi una battuta che passa alla storia, “spero che siate tutti repubblicani come me”. Per Trump è il secondo attentato, dopo quello di cui è rimasto vittima durante la campagna elettorale del 2024, nel quale è stato ferito di striscio a un orecchio.

Assassinare il capo della Casa Bianca è una minaccia ricorrente, in un Paese dove le armi circolano troppo facilmente e abbondano i fanatici: anche di questi tentativi, talvolta riusciti, abbonda la storia.

Quattro presidenti uccisi

Quattro presidenti sono stati uccisi in carica: Abraham Lincoln nel 1865,…

LONDRA – Corsi e ricorsi della storia. L’albergo in cui questa notte sono risuonati gli spari vicino a Donald Trump è lo stesso in cui nel 1981 Ronald Reagan sfugge per un soffio ai colpi di pistola sparati, anche allora, da un giovane uomo: il Washington Hilton. Un proiettile arriva a due centimetri dal cuore del presidente di cui Trump tiene un grande ritratto nell’Ufficio Ovale: Reagan è operato d’urgenza e si salva, rivolgendo ai chirurghi una battuta che passa alla storia, “spero che siate tutti repubblicani come me”. Per Trump è il secondo attentato, dopo quello di cui è rimasto vittima durante la campagna elettorale del 2024, nel quale è stato ferito di striscio a un orecchio.

Assassinare il capo della Casa Bianca è una minaccia ricorrente, in un Paese dove le armi circolano troppo facilmente e abbondano i fanatici: anche di questi tentativi, talvolta riusciti, abbonda la storia.

Quattro presidenti uccisi

Quattro presidenti sono stati uccisi in carica: Abraham Lincoln nel 1865, James Garfield nel 1881, William McKinley nel 1901 e John Kennedy nel 1963. Molti degli attentati avevano motivazioni politiche, sebbene l’attentatore nella stragrande maggioranza dei casi fosse un lupo solitario, come sembra il caso pure del tentativo di ieri. In alcuni casi a compierli sono stati degli psicopatici, poi ritenuti affetti da infermità mentale. La maggior parte degli attentatori sono stati uccisi, condannati a morte o a lunghe sentenze carcerarie, ma l’uomo che ha sparato a Reagan è tornato in libertà nel 2016, dopo trentacinque anni in un istituto psichiatrico. Negli attentati del passato è significativa l’assenza di guardie del corpo: oggi esiste invece il Servizio Segreto, un’agenzia governativa creata dopo l’attentato a un presidente con il compito esclusivo di proteggere il capo della Casa Bianca e i suoi familiari, come è avvenuto prontamente nell’attentato di questa notte contro Trump.

Ecco i principali attentati.

Lincoln a teatro

Il sedicesimo presidente americano è il primo a morire assassinato. L’attentatore, John Wilkes Booth, un attore abbastanza noto e un dichiarato sostenitore del Sud schiavista che aveva appena perso la guerra civile contro il Nord, vuole uccidere Lincoln per impedirgli di firmare la legge che darebbe ufficialmente diritto di voto agli afroamericani. Il 14 aprile 1865, mentre il presidente assiste a uno spettacolo in un teatro di Washington con la moglie e altre autorità, Booth entra nel palco presidenziale e gli spara alle spalle con un revolver Derringer calibro 44. Lincoln perde immediatamente conoscenza, entra in coma e muore nove ore più tardi nella casa di fronte al teatro dove lo hanno trasportato. L’assassino riesce a fuggire, ma viene rintracciato dall’esercito dodici giorni più tardi in una fattoria della Virginia, a 110 chilometri dalla capitale: rifiuta di arrendersi, un soldato lo uccide nella sparatoria che ne risulta. Otto complici sono processati e riconosciuti colpevoli: quattro vengono impiccati.

Garfield in stazione

Il 2 luglio 1881 James Garfield è appena sceso da un treno a Washington, quando Charles Guiteau, un avvocato che aveva lavorato per lui, risentito per la mancata nomina ad ambasciatore in Francia, gli spara da pochi passi di distanza. Il presidente rimane solo leggermente ferito a una spalla e alla schiena. Ma i chirurghi usano strumenti non sterilizzati per curargli le ferite, provocando un’infezione che lo fa morire 79 giorni dopo. Subito arrestato, Guiteau viene processato, condannato a morte e impiccato l’anno seguente. Al processo gli viene tuttavia riconosciuta l’infermità mentale.

McKinley a una mostra

Il 6 settembre 1901 William McKinley sta visitando la Pan-American Exposition in un museo di Buffalo, nello Stato di New York, quando Leon Czolgosz, un anarchico di origine polacca, estrae la pistola che aveva nascosto in un fazzoletto e gli spara all’addome. Le ferite sono gravi ma non mortali e il presidente sembra riprendersi: ma nei giorni successivi le sue condizioni deteriorano per una cancrena sviluppatasi attorno alle ferite e muore il 14 settembre. Il 24 settembre, dopo un processo di due giorni in cui rifiuta di difendersi, l’assassino è condannato a morte: l’esecuzione avviene con la sedia elettrica il mese successivo. Come reazione al terzo assassino di un presidente in poco più di trent’anni, il Congresso crea il Secret Service, istituendo un corpo di guardia per il capo della Casa Bianca.

Kennedy sull’auto scoperta

Il 22 novembre 1963 John Kennedy sta attraversando Dallas alla testa di un corteo su un’auto scoperta, con accanto la moglie Jacqueline e il governatore del Texas John Connally. Dalla finestra di una casa di fronte all’itinerario previsto per il corteo di auto, Lee Harvey Oswald, un ex-Marine che aveva sposato una cittadina russa ed era andato a vivere per qualche tempo in Unione Sovietica, apre il fuoco con un fucile automatico, colpendo il presidente alla nuca e alla schiena. Il governatore Connally rimane gravemente ferito. Oswald viene arrestato in un cinema 45 minuti dopo. Sulle sue motivazioni, e sugli eventuali mandanti dell’assassinio (la mafia italoamericana, Cuba, l’Urss, avversari politici), si è sviluppata un’immensa letteratura, in parte sospinta da teorie della cospirazione prive di fondamento, in parte alimentata dagli aspetto effettivamente misteriosi dell’attentato e di quello che accade dopo: due giorni più tardi, il 24 novembre, Oswald viene ucciso a sua volta a colpi di pistola nei sotterranei del quartier generale della polizia di Dallas mentre lo trasferiscono da un carcere all’altro. A sparargli è Jack Ruby, un bizzarro proprietario di night-club, apparentemente per vendicare Kennedy, ma la motivazione reale del suo gesto rimane oscura. Condannato in primo grado, anche Ruby muore, di embolismo polmonare, dopo che gli è stato diagnosticato un cancro, mentre è in attesa del processo di appello. Cosicché nessuno dei protagonisti può più parlare. Cinque anni dopo l’assassinio di John Kennedy, viene assassinato anche suo fratello Robert, ex-procuratore generale, senatore e in quel momento candidato alla Casa Bianca nella campagna presidenziale del 1968, con buone probabilità di diventare presidente: ha appena vinto le primarie in California, quando gli spara Shiran Shiran, un palestinese di 24 anni, determinato a punirlo per il suo sostegno a Israele nella guerra dei Sei Giorni del 1967 (ma anche sull’assassino di Bob Kennedy circolano innumerevoli teorie di complotti). Shiran viene condannato a morte, dovrebbe finire nella camera a gas, ma la sentenza viene commutata in ergastolo. Nel 2022 e di nuovo nel 2023, l’attuale governatore della California, Gavin Newsom, dato favorito dai sondaggi come candidato democratico alle prossime presidenziali nel 2028, gli ha negato la possibilità di essere rilasciato in libertà vigilata.

Reagan in albergo

Il 30 marzo 1981 Ronald Reagan è appena uscito dal Washington Hilton Hotel della capitale, in cui ha tenuto un discorso, quando John Hinckley, un giovane di 26 anni, gli spara con una pistola da distanza ravvicinata mentre il presidente sta per salire sulla sua limousine. Il presidente viene ferito in modo grave, ma non perde la compostezza e l’humour da ex-attore di western a Hollywood: “Nancy, ho dimenticato di schivare i colpi”, dice alla moglie, con una battuta da film; e poi, rivolto ai chirurghi che stanno per operarlo in ospedale, dice “spero che siate tutti repubblicani”, ovvero del suo partito, ironizzando che medici del partito democratico avrebbero preferito lasciarlo morire. Immediatamente arrestato, al processo Hinckley confessa di essere stato motivato dal film “Taxi Driver”, in cui il personaggio interpretato da Robert De Niro vuole prima sparare a un uomo politico, quindi uccide il protettore di una giovanissima prostituta, interpretata da Jodie Foster: innamorato dell’attrice, con il suo folle gesto Hinckley sperava di conquistarla uccidendo Reagan. Oltre a James Brady, capo ufficio stampa della Casa Bianca, nell’attentato rimangono feriti due agenti del Servizio Segreto: Brady finisce in sedia a rotelle e muore vent’anni più tardi per le conseguenze delle ferite riportate. A Hinckley viene riconosciuta l’infermità mentale e viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico, da cui è rilasciato dopo trentacinque anni, nel 2016, nonostante la ferma opposizione della figlia di Reagan.

L’attentato a Reagan segna quello che viene oggi ricordato come “il tempo degli assassini”: quattro mesi prima, nel dicembre 1980, un pazzo uccide a pistolettate John Lennon, l’ex dei Beatles, davanti alla sua casa di New York; e nel maggio 1981, due mesi dopo il tentato assassinio del presidente americano, l’estremista turco Mehmet Ali Agca spara due colpi di pistola a papa Giovanni Paolo II in Vaticano, ferendolo gravemente.

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