Il politologo: “Nel Golfo una nuova escalation è possibile in qualsiasi momento”
dalla nostra inviata Laura LucchiniDUBAI – Abdulkhaleq Abdulla è un politologo emiratino, professore universitario, ha studiato a Georgetown University ed è stato senior Fellow ad Harvard. È un noto autore ed opinionista e una voce molto ascoltata dalla leadership. Nei giorni scorsi le sue parole sono diventate un caso nella regione: “È tempo di pensare di chiudere le installazioni militari americane, poiché sono diventate un peso piuttosto che una risorsa strategica”. Lo abbiamo incontrato a Dubai al Mirdif city Center, punto di incontro di una zona residenziale della perla del Golfo Persico.
Durante i negoziati di ieri a Islamabad, gli iraniani hanno presentato una proposta. Gli americani hanno deciso di non partecipare. C’è ancora speranza?
“Dal nostro punto di vista, nel Golfo, le aspettative sono piuttosto basse. Le probabilità di una vera svolta sono limitate. Potrebbero esserci altri incontri, certo, ma non mi aspetterei risultati decisivi. Il problema principale resta l’ambiguità della posizione iraniana: quand…
DUBAI – Abdulkhaleq Abdulla è un politologo emiratino, professore universitario, ha studiato a Georgetown University ed è stato senior Fellow ad Harvard. È un noto autore ed opinionista e una voce molto ascoltata dalla leadership. Nei giorni scorsi le sue parole sono diventate un caso nella regione: “È tempo di pensare di chiudere le installazioni militari americane, poiché sono diventate un peso piuttosto che una risorsa strategica”. Lo abbiamo incontrato a Dubai al Mirdif city Center, punto di incontro di una zona residenziale della perla del Golfo Persico.
Durante i negoziati di ieri a Islamabad, gli iraniani hanno presentato una proposta. Gli americani hanno deciso di non partecipare. C’è ancora speranza?
“Dal nostro punto di vista, nel Golfo, le aspettative sono piuttosto basse. Le probabilità di una vera svolta sono limitate. Potrebbero esserci altri incontri, certo, ma non mi aspetterei risultati decisivi. Il problema principale resta l’ambiguità della posizione iraniana: quando i negoziati non avanzano, spesso è perché qualcuno in Iran non vuole che avanzino. Alla fine, se i negoziati non producono risultati, la responsabilità è dell’Iran”.
Nel frattempo si registra anche un rafforzamento militare nella regione…
“Esatto. Mentre si parla di negoziati, assistiamo a un massiccio dispiegamento militare. Gli Stati Uniti hanno già inviato portaerei e decine di migliaia di soldati. C’è una build-up militare, allo stesso tempo di negoziati di pace. Quindi viviamo una situazione paradossale: né guerra né pace. In qualsiasi momento ci aspettiamo un’escalation improvvisa”.
Si può ancora sperare in un’estensione del cessate il fuoco?
“Sì, probabilmente è l’obiettivo più realistico: non un accordo definitivo, ma almeno un’estensione del cessate il fuoco. Tuttavia, la situazione resta estremamente fragile, soprattutto considerando tensioni come il blocco delle rotte marittime”.
Ma l’estensione della tregua con il doppio blocco di Hormuz, non è comunque un incubo per il Golfo?
“Abbiamo già vissuto uno degli episodi più difficili della nostra storia recente. Gli Emirati sono stati attaccati in modo massiccio e violento. Nonostante ciò, siamo riusciti a difenderci con successo, ed è stata una sorpresa positiva. Molti oggi pensano che abbiamo superato il peggio e che siamo preparati anche a eventuali scenari peggiori. Tuttavia, il vero problema riguarda la sicurezza delle rotte marittime, che hanno un impatto globale su decine di Paesi. Non è più una questione regionale, ma internazionale, e richiede una responsabilità condivisa”.
Lei ha dichiarato recentemente bisogna ripensare la presenza delle basi militari americane. Può chiarire?
“Ho fatto un post ed è stato molto visto ma anche in parte mal interpretato. Non ho messo in discussione il rapporto strategico con gli Stati Uniti. È una relazione importante e necessaria. Tuttavia, ciò che ho detto è che solo parte di questa relazione ha a che vedere con le basi americane. Se si osservano gli Emirati, non esistono basi militari statunitensi nel senso stretto, ma piuttosto installazioni militari. Le basi sono in Qatar e in Kuwait, ma ciò che abbiamo negli Emirati sono installazioni Usa dentro a basi emiratine. Durante gli attacchi, abbiamo osservato che gli Usa avevano ritirato tutti i loro soldati dalle basi: non hanno difeso dunque gli Emirati che si sono piuttosto difesi da soli. Ciononostante, la presenza di installazioni Usa, è stata la scusa principale per gli attacchi. Dunque ho suggerito che si possa ripensare la loro presenza”.
Crede che gli Stati Uniti abbiano sottovalutato il rischio di escalation?
“Gli Stati Uniti sono una superpotenza con un agenda globale. A volte le loro priorità non coincidono con quelle regionali. Guardano alla Cina, alla Russia e ad altre questioni globali, mentre noi siamo concentrati sulla sicurezza locale. Si aspettavano la rapidità e l’intensità della risposta iraniana? Forse no. Lo Stretto di Hormuz? Probabilmente non è stato preso sul serio. Un attacco così feroceme contro i Paesi del Golfo? Possibile che non fosse nei loro calcoli. Ci hanno preparato a sufficienza per questa situazione? Forse no. Da questa esperienza, però, tutti abbiamo imparato. Ma continueremo a dialogare con gli Stati Uniti per migliorare la cooperazione”.
L’attacco iraniano agli Emirati è stato una sorpresa?
“Non è stata una sorpresa, è stato uno shock. Non ci aspettavamo un attacco così diretto e massiccio. Più di Israele? Non non ce lo aspettavamo. Perché gli Emirati? È una domanda complessa. Una possibile spiegazione è che gli Emirati rappresentano un centro globale, con una popolazione internazionale molto ampia. Colpire gli Emirati significa inviare un messaggio al mondo intero”.
Quale sarebbe un “buon accordo” per i Paesi del Golfo?
“Per noi, un buon accordo è molto chiaro: zero armi nucleari e zero missili balistici. Questo è il principio fondamentale. Tuttavia, non tutti gli attori condividono questa posizione, e questo rende difficile raggiungere un’intesa”.