Esteri

Il muro degli inviati di Teheran: “Non tocca a noi fare concessioni” Ma la trattativa è ancora aperta

Il muro degli inviati di Teheran: “Non tocca a noi fare concessioni” Ma la trattativa è ancora aperta

Il regime chiede la fine dell’intervento degli Usa a Hormuz. Maratona diplomatica di Araghchi che oggi torna in Pakistan

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ISLAMABAD – L’unica buona notizia, nella sera pachistana, è per i lavoratori di Islamabad: le autorità hanno deciso di riaprire le strade della capitale dopo più due settimane di lockdown diplomatico, i bus ricominciano a circolare, i negozi non hanno più limiti di orario, riparte anche il trekking turistico sulle colline Margalla. Per la regione e il mondo che aspettano ansiosi la riapertura di Hormuz, è il segnale che l’impasse non è superata, lo spettro della guerra non è allontanato.

I negoziati diretti che la Casa Bianca aveva dato per certi solo 24 ore prima, nonostante le smentite di Teheran, non si sono materializzati per ora. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, è arrivato ieri in Pakistan e ha incontrato il premier Sharif e il capo dell’esercito, Asim Munir, una visita lunga in cui «si è parlato di molte cose», conferma una fonte diplomatica pachistana, ma senza una svolta. La posizione degli iraniani è ferma, dice il pachistano: «Ripetono che è stata l’America a iniziare la guerra mentre negoziavano e dopo che avevano già accettato un accordo disatteso da Trump: non hanno fiducia, non ritengono di dover fare concessioni, avendo conquistato delle leve sul campo. Non accetteranno richieste massimaliste».

La mina più difficile da disinnescare in questa fase resta Hormuz. Teheran non ha intenzione di palare con gli americani se prima non verrà rimosso il blocco navale, che considera un atto di guerra. E anche dopo, rivendica la sovranità sullo Stretto. «Il controllo di Hormuz e il mantenimento del suo effetto deterrente sull’America e sui sostenitori della Casa Bianca nella regione è la strategia definitiva», scrivono i pasdaran. La rivendicazione è anche economica, Hormuz può fornire i denari necessari alla ricostruzione, almeno in parte, bypassando le sanzioni americane.

Della gestione dello Stretto Araghchi parlerà con gli omaniti a Muscat, dov’è atterrato ieri sera, il primo viaggio in una capitale araba dall’inizio della guerra. Il sito Iran Nuances riferisce che una parte della delegazione iraniana è tornata a Teheran mentre il diplomatico raggiungeva l’Oman, forse per riferire dei colloqui pachistani. Oggi il ministro tornerà a Islamabad prima di volare a Mosca in una triangolazione diplomatica “per delineare i parametri di una cessazione definitiva della guerra”. Si cerca di arrivare a un cessate il fuoco permanente. Con i russi Araghchi affronterà anche il dossier nucleare: Mosca collabora con gli iraniani sul nucleare civile e nel 2015 accolse parte dell’uranio arricchito che gli iraniani accettarono di trasferire fuori dal Paese nell’ambito del Jcpoa, l’accordo di Obama stracciato da Trump.

Il diritto all’arricchimento, dentro le regole internazionali, non è negoziabile per la Repubblica islamica. L’offerta è limitarlo temporaneamente in cambio della rimozione delle sanzioni e di una normalizzazione economica con gli Stati Uniti, ma non rinunciarvi. Con il Pakistan, gli iraniani hanno sollevato anche la questione delle garanzie di sicurezza, “vincolanti” contro future aggressioni e tentativi di cambio di regime da parte di Israele e degli Stati Uniti. Nessuno può offrirle, se non un patto con gli americani, ma certo su questo Teheran ha il sostegno di vicini e alleati, perché né Mosca, né Pechino né Islamabad vogliono la caduta del regime in Iran.

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