Safran Foer: “Una retorica divisiva e violenta avvelena la mia America”
dal nostro inviato Paolo MastrolilliJonathan Safran Foer
(ansa)WASHINGTON – «Ovviamente il presidente ha la responsabilità». Con questo Jonathan Safran Foer non intende che Donald Trump abbia armato la mano dell’uomo venuto ad ucciderlo, però l’autore di libri sulla violenza assoluta dell’Olocausto come “Ogni cosa è illuminata” puntualizza un concetto chiave: «La leadership non riguarda solo le politiche; riguarda il tono, ciò che è permesso e condannato, il vocabolario morale dato ad una nazione per descriversi. Quando la retorica diventa divisiva; la forza viene usata in modi che sembrano eccessivi o simbolici, piuttosto che necessari; gli atti di violenza vengono minimizzati o perdonati per comodità politica, ciò non riflette solo il paese, ma lo plasma».
Qual è stata la sua prima reazione all’attacc…
WASHINGTON – «Ovviamente il presidente ha la responsabilità». Con questo Jonathan Safran Foer non intende che Donald Trump abbia armato la mano dell’uomo venuto ad ucciderlo, però l’autore di libri sulla violenza assoluta dell’Olocausto come “Ogni cosa è illuminata” puntualizza un concetto chiave: «La leadership non riguarda solo le politiche; riguarda il tono, ciò che è permesso e condannato, il vocabolario morale dato ad una nazione per descriversi. Quando la retorica diventa divisiva; la forza viene usata in modi che sembrano eccessivi o simbolici, piuttosto che necessari; gli atti di violenza vengono minimizzati o perdonati per comodità politica, ciò non riflette solo il paese, ma lo plasma».
Qual è stata la sua prima reazione all’attacco?
«Se devo essere onesto, non è stata di chiarezza, ma una sorta di dissonanza sbalordita, la sensazione che fosse accaduto qualcosa di scioccante e, in modo più oscuro, non sorprendente. Questi momenti arrivano sempre con una doppia coscienza: da un lato, l’istinto umano di cercare sicurezza, di capire se qualcuno è stato ferito, di afferrare la realtà immediata; dall’altro, un riconoscimento più silenzioso e inquietante che tali eventi sono diventati immaginabili in un modo in cui prima non lo erano. Quella seconda sensazione è la più inquietante. Persiste».
La violenza politica è stata sempre presente in America, ma ora pare un’occorrenza quotidiana. Perché?
«La violenza politica negli Stati Uniti non è nuova, ma ciò che ora sembra diverso è la sua costanza, la frequenza, ma anche la vicinanza alla vita ordinaria e la sua normalizzazione nel linguaggio. La violenza inizia retoricamente, prima di diventare fisica. Quando gli avversari politici vengono descritti non come avversari ma come minacce esistenziali, traditori o nemici del popolo, il terreno cambia. A questo si aggiunge un ambiente mediatico che premia l’indignazione, un ecosistema digitale che amplifica il discorso e una diffusa perdita di fiducia nelle istituzioni. Così si ottiene una cultura in cui l’escalation sembra, per molti, non solo giustificata ma necessaria. Non è tanto la violenza quanto il fatto che le barriere ad essa si siano erose».
Trump ha sollecitato gli americani a risolvere in maniera pacifica le differenze, ma la retorica divisiva usata dalla sua amministrazione, le violenze a Minneapolis, la grazia agli assalitori del Congresso nel 2021, non alimentano questa deriva?
«Ovviamente il presidente ha la responsabilità. Non una responsabilità esclusiva, perché queste dinamiche sono più grandi di una singola persona, ma una responsabilità unicamente potente. La leadership non riguarda solo le politiche; riguarda il tono, ciò che è permesso e ciò che viene condannato, il vocabolario morale dato a una nazione per descriversi. Quando la retorica diventa divisiva, quando la forza viene usata in modi che sembrano eccessivi o simbolici, piuttosto che necessari, quando gli atti di violenza vengono minimizzati o perdonati per comodità politica, ciò non riflette solo il paese, ma lo plasma».
Questa strage mancata potrebbe trasformarsi nell’opportunità per cambiare l’atteggiamento dell’attuale amministrazione?
«Si spererebbe di sì. Le crisi a volte creano la possibilità, anche se mai la garanzia, di una riflessione. Ci sono momenti in cui la pura visibilità del pericolo interrompe lo slancio della divisione e costringe a riconsiderare ciò che è in gioco. Ma il cambiamento richiede più di un’opportunità; richiede intenzione, umiltà e volontà di rinunciare ai vantaggi a breve termine della polarizzazione. Senza queste cose, anche gli eventi più allarmanti rischiano di essere assorbiti nella narrazione esistente, interpretati non come avvertimenti ma come conferme di convinzioni precedenti».
La frattura culturale americana è molto profonda, non solo politica. Quali sono le radici e i rimedi, prima che abbiano conseguenze anche peggiori?
«La frattura non è solo politica perché non riguarda solo le politiche. Riguarda l’identità, l’appartenenza, la memoria, chi si sente visto e chi no, chi si sente al sicuro e chi no, chi crede che il futuro lo includa e chi teme che non lo faccia. La disuguaglianza economica gioca un ruolo, così come il rapido ritmo del cambiamento culturale, ma sotto a questi elementi c’è una questione più profonda di riconoscimento. Le persone non discutono solo su ciò che è vero, ma su quale esperienza conti come reale. Le soluzioni, se questa è la parola giusta, non arriveranno rapidamente. Richiederanno una riparazione istituzionale; ristabilire la fiducia nelle elezioni, nei tribunali, nel giornalismo. Ma anche qualcosa di più intimo: una reumanizzazione dell’altro. Questo è un lavoro lento. Accade nel linguaggio, nell’educazione, nel rifiuto di accettare semplificazioni che rendono la violenza più facile da giustificare. Il pericolo non è solo che le cose possano peggiorare, ma che potremmo abituarci a un livello di frattura che un tempo sarebbe stato impensabile. Il compito, quindi, non è solo prevenire la catastrofe, ma recuperare un senso di ciò che dovrebbe ancora essere inimmaginabile».