L’uscita dall’Opec del secondo Paese più importante dell’organizzazione dopo l’Arabia Saudita, nel mezzo della più grave crisi energetica della storia, non potrà che avere conseguenze geopolitiche enormi, ben al di là del rialzo del greggio». Kenneth Rogoff, classe 1953, direttore dell’istituto di economia internazionale a Harvard, PhD al Mit, già capo economista del Fmi, non è ben sicuro su chi trarrà vantaggio dall’abbandono degli Emirati Arabi Uniti. «Sì, forse l’America, come scrive la stampa internazionale, però non mi convincono i passaggi logici che portano a questa conclusione».
L’importante, sembra di capire, è non perdere l’appoggio dell’America, anche se quest’appoggio non ha impedito all’Iran di colpire terminali petroliferi, porti, centri logistici in tutti i Paesi del Golfo.
«Già, serviranno anni, ammesso che venga mai riaperto lo Stretto, per riattivare il tutto. Ecco, uno dei motivi è che gli Emirati temono che qualcuno dei contendenti accetti passaggi di transito o al…
L’uscita dall’Opec del secondo Paese più importante dell’organizzazione dopo l’Arabia Saudita, nel mezzo della più grave crisi energetica della storia, non potrà che avere conseguenze geopolitiche enormi, ben al di là del rialzo del greggio». Kenneth Rogoff, classe 1953, direttore dell’istituto di economia internazionale a Harvard, PhD al Mit, già capo economista del Fmi, non è ben sicuro su chi trarrà vantaggio dall’abbandono degli Emirati Arabi Uniti. «Sì, forse l’America, come scrive la stampa internazionale, però non mi convincono i passaggi logici che portano a questa conclusione».
L’importante, sembra di capire, è non perdere l’appoggio dell’America, anche se quest’appoggio non ha impedito all’Iran di colpire terminali petroliferi, porti, centri logistici in tutti i Paesi del Golfo.
«Già, serviranno anni, ammesso che venga mai riaperto lo Stretto, per riattivare il tutto. Ecco, uno dei motivi è che gli Emirati temono che qualcuno dei contendenti accetti passaggi di transito o altri oneri per Hormuz. È un punto fermo. Ma poi avere l’America dalla propria parte è un vantaggio? Vogliamo dimenticare le guerre del Vietnam, dell’Iraq, dell’Afghanistan, tutte perse, o meglio “non vinte” come amano dire alla Casa Bianca, dagli Stati Uniti? E vogliamo dire che le possibilità di vincere quella in corso, o anche solo di identificare cosa vorrebbe dire vincere, sono pari a zero? Mi dispiace perché è il mio Paese, però militarmente è un disastro. E sorvolo sulle sconfitte interne. Nell’università dove lavoro domina la paura di fare qualcosa di sbagliato e vedersi ritirare il visto. E dovrebbe essere la fucina delle menti più brillanti e intraprendenti».
Torniamo all’Opec. Perché gli Emirati si sono chiamati fuori?
«Probabilmente perché non ne potevano più dello strapotere interno dell’Arabia Saudita, perché attribuiscono all’Opec parte della responsabilità per i gravissimi danni che hanno subito alle loro infrastrutture interne (per non parlare del disastro turistico-affaristico di Dubai), perché il regime delle quote – ne aveva una di 3,4 milioni di barili al giorno – era frustrante per chi aveva grandi progetti non solo turistici ma industriali, e aveva la possibilità di finanziarli vendendo petrolio in quantità molto maggiori».
L’esperienza però insegna che vendere troppo petrolio innalza l’inflazione. O no?
«In parte. Ma mi faccia dire qual è il vero motivo del divorzio, che non è a Hormuz ma, sul lato opposto della penisola arabica, nello Yemen».
Lo Yemen?
«Ormai quel Paese è ridotto a una spartizione tracciata sulla sabbia, eppure ricchissimo di petrolio nel suo sottosuolo. C’è l’area degli Houthi (filo-iraniani, guarda caso), quel che resta dell’antico Stato sovrano, una fascia di territorio controllata dall’Arabia Saudita e un’altra dagli Emirati, ognuna con i suoi giacimenti. Queste sono da anni ai ferri corti. Il 30 dicembre l’aviazione saudita ha bombardato nel porto yemenita di Al-Mukalla una nave degli Emirati sostenendo che conteneva armi destinati ai miliziani del Consiglio di tradizione del sud, il fronte emiratino dell’area. Ci sono voluti mesi per ricomporre l’“incidente”, ma la tensione resta».
Fin quando reggeranno i mercati mondiali?
«La tensione è fortissima anche se centinaia di miliardi investiti in AI per il momento li sostengono. Tornando alla frattura nell’Opec, la guerra non è Usa contro Opec ma Usa (e Israele) contro Iran. Però è anche una battaglia per il petrolio, e l’indebolimento di chi il petrolio rappresenta non resterà senza conseguenze. L’Arabia Saudita resta sola nel difendere i diritti dei Paesi del Golfo, se non altro il diritto a non vedersi bombardare gli impianti e a vedersi rifondere i danni subiti».
Ma quanto durerà?
«Per ora chiunque dica “missione compiuta” sbaglia, perché di sicuro il regime iraniano resterà al suo posto, l’uranio resterà la grande incognita e la guerra diventerà un fattore inflazionistico come i dazi e tante altre trovate di Trump tipo il “Big Beautiful Bill” che ha gonfiato la spesa federale o le stesse costosissime operazioni militari. Speriamo che il nuovo capo della Fed sappia resistere alle pressioni del presidente che vorrebbe abbassare i tassi subito in vista delle elezioni di midterm senza preoccuparsi dell’inflazione. Ogni giorno di chiusura di Hormuz aumenta i pericoli».
La Cina interverrà?
«Non posso escluderlo, come a questo punto non escludo un colpo di mano su Taiwan. Per ora sta cercando di farsi pagare in yuan quanto può, cogliendo il momento di sbandamento del dollaro. E la dedollarizzazione è un pericolo reale».