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L’attivismo di Xi per imporre l’influenza cinese

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Da dieci giorni la Cina di Xi Jinping è protagonista di una raffica di mosse accomunate dalla volontà di affermare i propri interessi su ogni Continente, trasformando la stagione dell’incertezza globale in un’occasione di rafforzamento strategico
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Minacce commerciali alla Ue, sfida alla Silicon Valley sull’Ia, prova di forza nell’Africa australe, navi cargo per sfidare Trump a Hormuz e la rinnovata determinazione a prendersi Taiwan: da dieci giorni la Cina di Xi Jinping è protagonista di una raffica di mosse accomunate dalla volontà di affermare i propri interessi su ogni Continente, trasformando la stagione dell’incertezza globale in un’occasione di rafforzamento strategico.

L’avvertimento di Pechino a Bruxelles contro la possibile inclusione di proprie aziende nella “lista nera” di chi subisce sanzioni perché fa affari con la Russia di Vladimir Putin è arrivato quasi in contemporanea con il veto opposto a Meta, uno dei giganti della Silicon Valley, sull’acquisizione di “Manus”, un’importante azienda nell’hi-tech, nel timore di vedersi strappare conoscenza e talenti nell’Intelligenza artificiale. Il duello sull’alta tecnologia è la frontiera più rovente dello scontro fra Cina e democrazie industriali: queste mosse descrivono l…

Minacce commerciali alla Ue, sfida alla Silicon Valley sull’Ia, prova di forza nell’Africa australe, navi cargo per sfidare Trump a Hormuz e la rinnovata determinazione a prendersi Taiwan: da dieci giorni la Cina di Xi Jinping è protagonista di una raffica di mosse accomunate dalla volontà di affermare i propri interessi su ogni Continente, trasformando la stagione dell’incertezza globale in un’occasione di rafforzamento strategico.

L’avvertimento di Pechino a Bruxelles contro la possibile inclusione di proprie aziende nella “lista nera” di chi subisce sanzioni perché fa affari con la Russia di Vladimir Putin è arrivato quasi in contemporanea con il veto opposto a Meta, uno dei giganti della Silicon Valley, sull’acquisizione di “Manus”, un’importante azienda nell’hi-tech, nel timore di vedersi strappare conoscenza e talenti nell’Intelligenza artificiale. Il duello sull’alta tecnologia è la frontiera più rovente dello scontro fra Cina e democrazie industriali: queste mosse descrivono la volontà di Pechino di respingere al mittente ogni tentativo di indebolimento da parte dei rivali, a prescindere da quali siano i motivi.

L’altro scacchiere è quello della geopolitica ed anche qui Xi Jinping si muove con grande rapidità, su più scenari contemporaneamente. Anzitutto, il Golfo. La nave cargo Houska, battente bandiera iraniana, è stata fermata dalla Us Navy mentre tentava di attraversare lo Stretto di Hormuz e nelle ispezioni fonti militari Usa affermano di aver trovato materiale “dual use” ovvero di natura apparentemente civile ma che può essere adoperato a fini militari. Era dentro container provenienti da Pechino e dimostra che Xi in Medio Oriente gioca su più tavoli: da una parte con l’alleato Pakistan tenta di favorire un accordo negoziale fra Usa e Iran ma dall’altro invia a Teheran materiale ad alto rischio che può consentire ai Guardiani della rivoluzione di ricostruire l’arsenale balistico pesantemente indebolito dall’offensiva aerea israelo-americana.

Se il doppio gioco nel Golfo è sotto gli occhi di tutti, più silenzioso e aggressivo è stato invece il blitz in Africa australe. L’obiettivo è stato il presidente di Taiwan che era atteso a Eswatini, l’unico Stato africano — ed uno degli ultimi 12 in tutto il globo — che riconosce l’indipendenza dell’isola nazionalista cinese. Eswatini aveva resistito alle forti pressioni economiche di Pechino per annullare la visita e di fronte a tale determinazione la contromossa è stata di stampo imperiale: Xi ha chiesto ed ottenuto da Seychelles, Mauritius e Madagascar di chiudere i cieli all’aereo del presidente di Taiwan, che è stato di conseguenza obbligato a rinunciare al viaggio. La leva a cui è ricorso Xi, l’indebitamento dei tre Paesi africani, lascia intendere quali sono le conseguenze strategiche dei forti e continui investimenti che Pechino fa nel continente da un quarto di secolo: creano un rapporto di sudditanza politica.

Il successo del blitz in Africa australe ha ancor più rilevanza perché ha coinciso con la visita a Pechino di Cheng Li-wun, la presidente del partito Kuomintang che a Taipei guida l’opposizione e con cui Xi ha condiviso a chiare lettere la volontà di portare a complimento una “riunificazione” che significa occupazione ed azzeramento dell’indipendenza che proprio il Kuomintang ottenne separandosi nel 1949 dal resto della Cina in opposizione alla rivoluzione di Mao Tsedong. La stretta di mano fra Xi e la leader dell’opposizione guarda al 2028, quando a Taipei vi saranno le elezioni politiche, e punta a rispondere al sostegno che il Giappone di Sanae Takaichi sta assicurando all’isola guidata da Cho Jung-tai, arrivando a includere la sua difesa nella dottrina della sicurezza nazionale. E ancora: la decisione del leader della Nord Corea, Kim Jong-un, di inaugurare un mausoleo ai militari caduti in Ucraina al fianco dei reparti russi è stata interpretata a Washington come il rafforzamento del “blocco cinese” che punta a trasformare l’intera Eurasia in una propria sfera di influenza, da San Pietroburgo a Islamabad, da Teheran a Pyongyang.

Insomma, in attesa di sapere se e quando vi sarà l’atteso summit fra Xi e Trump sull’ordine internazionale a soqquadro possono esserci pochi dubbi sul fatto che Pechino vuole presentarsi a quel tavolo come una potenza all’offensiva su più fronti. Anche per meglio corteggiare quegli alleati degli Usa che dubitano di Trump.

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