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Kerry: “La guerra è un caos, ci porta indietro di 10 anni e ci allontana dagli alleati”

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L’ex segretario di Stato Usa che negoziò l’accordo sul nucleare rivela: “Trump fece saltare anche l’intesa sui missili e su Hezbollah”
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NEW YORK – «È molto difficile persuadere gli alleati a unirsi a te in una guerra, quando li hai insultati per un anno e mezzo». Il ragionamento dell’ex segretario di Stato John Kerry è logico, ma aggiunge una notizia inedita: «Quando avevamo negoziato con l’Iran l’accordo nucleare Jcpoa eravamo pronti a un piano per risolvere anche le questioni dei missili e degli aiuti a Hezbollah. Trump ha fatto saltare tutto, avviando un carosello che nella migliore delle ipotesi ci riporterà al Jcpoa, lasciando però Cina, Russia e Iran molto più forti».

Teheran era una minaccia che giustificava l’attacco?

«Il presidente Trump aveva dichiarato che l’Iran non “possedeva un programma nucleare”, poiché la sua precedente campagna militare lo aveva “annientato”. Regna una confusione totale. Il mondo vuole sapere come siamo passati dall’annientamento a Teheran sull’orlo dell’atomica. Poi c’è il problema di lungo termine: non è possibile eliminare con i bombardamenti il bagaglio di conoscenze degli scienz…

NEW YORK – «È molto difficile persuadere gli alleati a unirsi a te in una guerra, quando li hai insultati per un anno e mezzo». Il ragionamento dell’ex segretario di Stato John Kerry è logico, ma aggiunge una notizia inedita: «Quando avevamo negoziato con l’Iran l’accordo nucleare Jcpoa eravamo pronti a un piano per risolvere anche le questioni dei missili e degli aiuti a Hezbollah. Trump ha fatto saltare tutto, avviando un carosello che nella migliore delle ipotesi ci riporterà al Jcpoa, lasciando però Cina, Russia e Iran molto più forti».

Teheran era una minaccia che giustificava l’attacco?

«Il presidente Trump aveva dichiarato che l’Iran non “possedeva un programma nucleare”, poiché la sua precedente campagna militare lo aveva “annientato”. Regna una confusione totale. Il mondo vuole sapere come siamo passati dall’annientamento a Teheran sull’orlo dell’atomica. Poi c’è il problema di lungo termine: non è possibile eliminare con i bombardamenti il bagaglio di conoscenze degli scienziati. È necessario procedere per via negoziale e inondare il Paese di ispettori, esattamente come avevamo fatto dieci anni fa. A questo approccio, in un modo o nell’altro, dobbiamo tornare».

Trump ha minacciato di distruggere le infrastrutture elettriche. Sarebbe un crimine di guerra?

«Erano parole agghiaccianti, ripugnanti. Non è ciò che l’America rappresenta. Ora la prossima volta che Putin dirà di distruggere l’Ucraina, la Cina tratterà gli uiguri come se non fossero esseri umani, o gli ayatollah grideranno “morte a Israele”, qualcuno dirà che anche noi abbiamo minacciato di annientare una civiltà. Se poi vuoi raggiungere l’iraniano medio, profondamente orgoglioso della civiltà persiana, perché usare una simile espressione? È controproducente. Pensate ai giovani iraniani. Molti di loro odiano il regime, ma non è difficile immaginare come abbiano preso quella dichiarazione».

È vero che Netanyahu vi aveva chiesto lo stesso attacco?

«Conosco Bibi da quarant’anni, prima che diventasse premier. Da trent’anni sostiene che l’Iran sia sull’orlo dell’arma nucleare, la minaccia è imminente e l’unica risposta è la guerra. Ha sostenuto questa tesi con Bush, Obama e Biden. Obama aveva una visione fondamentalmente diversa. Noi ritenevamo che un cattivo accordo fosse peggiore di nessun accordo, ma un buon accordo fosse di gran lunga più efficace della guerra. Rimango profondamente perplesso di fronte alla decisione di un presidente che ha condotto la campagna elettorale promettendo di tenersi fuori dalle guerre e migliorare la vita economica, ma la cui scelta sull’Iran ha prodotto l’esatto opposto».

Il cambio di regime è il vero obiettivo ed è possibile?

«Non è chiaro quale sia l’obiettivo finale. Le speranze che il popolo iraniano insorgesse per prendere il potere non si sono concretizzate. Molti ritengono che, se il cambio di regime fosse stato davvero l’obiettivo, il momento opportuno per sostenere l’opposizione sarebbe stato mesi fa, quando la gente scendeva in piazza. L’Iran ha trascorso tanti anni a definirsi come forza di resistenza contro le ingerenze esterne e sfrutta questo momento a proprio vantaggio per reprimere il dissenso».

Cosa dovrebbero fare gli alleati come l’Italia?

«Ovviamente è molto difficile persuadere gli alleati a unirsi a te in una guerra che hai scatenato senza prima parlarne con loro. È doppiamente difficile quando li hai insultati per un anno e mezzo. Ma vorrei condividere un altro aspetto. Quando negoziavamo il Jcpoa, l’Europa e il mondo erano dalla nostra parte e avevamo un altro elemento a favore. Una volta risolta la questione nucleare, c’era unanimità tra l’Europa e i partner del Golfo nel ritenere che il lavoro non fosse concluso e fosse necessario avvalersi dello stesso tipo di diplomazia tenace e di sanzioni per premere sull’Iran affinché riducesse il sostegno a Hezbollah e contenesse i programmi missilistici. Avremmo potuto mobilitare tale sforzo per affrontare le questioni critiche nel corso degli ultimi dieci anni. Gli Usa però hanno stracciato l’accordo sul nucleare e abbiamo perso un decennio».

Si tornerà al Jcpoa?

«Sembrerebbe proprio di sì. Trump afferma di volere un accordo per garantire che l’Iran non si doti di armi nucleari, e non ci si limiti a fidarsi della parola degli iraniani ma si ottengano prove concrete. È esattamente ciò che avevamo dieci anni fa. Abbiamo condotto i negoziati e ottenuto dall’Iran l’impegno a non cercare armi nucleari in alcuna circostanza. Avevamo fatto ricorso a una combinazione di sanzioni e diplomazia per allontanare l’Iran dalla soglia atomica più di quanto non lo fosse stato in oltre un decennio. L’Iran aveva acconsentito a far entrare centinaia di ispettori, a tempo indeterminato, per garantire che non vi fosse alcuna attività di sviluppo di armi nucleari. L’accordo funzionava. Non vi era la benché minima prova prodotta da chiunque, compresi i servizi israeliani, che l’Iran avesse violato l’intesa. Spero che ora Trump riesca a indurre l’Iran a mettere per iscritto gli stessi, incrollabili impegni assunti undici anni fa. Ma ci ritroviamo in questa situazione solo perché, con l’azione diplomatica più sconsiderata dell’intera storia americana, ha stracciato un accordo che funzionava, spingendoci alla guerra. Oggi la nostra posizione è peggiore: non vi sono più ispettori presenti quotidianamente in Iran per verificare il rispetto degli accordi; pochi alleati si schierano al nostro fianco per esercitare pressione su Teheran; la Cina si sente incoraggiata ad agire con maggiore audacia; la Repubblica islamica ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un’arma strategica, facendo impennare il prezzo della benzina. L’Amministrazione ha adottato la politica del carosello: ha girato in tondo, per poi ritrovarsi esattamente al punto di partenza, nel mero tentativo di indurre l’Iran ad accettare condizioni che aveva già sottoscritto oltre un decennio fa. I nostri alleati sono storditi, costretti a salire sul carosello. Tifo affinché facciano l’accordo».

Quali sono le conseguenze della guerra prolungata e del blocco di Hormuz?

«È estremamente pericoloso che lo Stretto sia stato trasformato in un’arma per la prima volta. Ciò sta facendo impennare i prezzi e ha dato ulteriore audacia all’Iran, da sempre maestro nella guerra asimmetrica. Tuttavia non è nell’interesse a lungo termine di nessuno, con l’eccezione di Cina e Russia, che questa situazione si trascini oltre. Dal punto di vista geopolitico si tratta di un vero regalo a Mosca, considerata la sua economia fondata sugli idrocarburi e il fatto che tale crisi distoglie l’attenzione dalla guerra in Ucraina. È un regalo anche alla Cina, che si chiede come potrebbe usare questa “prova generale”, qualora decidesse di agire contro Taipei, bloccando e trasformando in arma la libertà di navigazione nello Stretto di Taiwan».

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