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Sul tavolo di Trump piani di attacco pronti, a Teheran scatta l’antiaerea. Khamenei: “Affogherete”

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In America il conflitto è diventato più impopolare di quello in Vietnam. Ma la Casa Bianca valuta una nuova escalation
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NEW YORK – La guerra in Iran è già diventata più impopolare di quella in Vietnam, almeno a giudicare dall’ultimo sondaggio Reuters, eppure il presidente Trump sta valutando se scatenare un’escalation ancora più dura di quanto abbiamo visto finora, nella speranza che il regime si pieghi alle sue condizioni per la pace: «Sono disperati per fare un accordo». Nello stesso tempo però considera anche di puntare invece sull’estensione del blocco navale dello Stretto di Hormuz, nella convinzione che la pressione economica sia l’arma più efficace per prevalere.

Il sito Axios ha rivelato che ieri il capo della Casa Bianca ha ricevuto Brad Cooper, l’ammiraglio che guida il Central Command, per un briefing sulle opzioni militari. Lo scopo sarebbe lanciare una nuova operazione breve ma potente, per convincere Teheran a cedere. Tra le ipotesi ci sono quella di bombardare le infrastrutture civili, a partire dalla rete elettrica; occupare alcune zone di Hormuz, incluse le coste con l’impiego di …

NEW YORK – La guerra in Iran è già diventata più impopolare di quella in Vietnam, almeno a giudicare dall’ultimo sondaggio Reuters, eppure il presidente Trump sta valutando se scatenare un’escalation ancora più dura di quanto abbiamo visto finora, nella speranza che il regime si pieghi alle sue condizioni per la pace: «Sono disperati per fare un accordo». Nello stesso tempo però considera anche di puntare invece sull’estensione del blocco navale dello Stretto di Hormuz, nella convinzione che la pressione economica sia l’arma più efficace per prevalere.

Il sito Axios ha rivelato che ieri il capo della Casa Bianca ha ricevuto Brad Cooper, l’ammiraglio che guida il Central Command, per un briefing sulle opzioni militari. Lo scopo sarebbe lanciare una nuova operazione breve ma potente, per convincere Teheran a cedere. Tra le ipotesi ci sono quella di bombardare le infrastrutture civili, a partire dalla rete elettrica; occupare alcune zone di Hormuz, incluse le coste con l’impiego di truppe di terra, per forzare la riapertura dello Stretto; ordinare raid delle forze speciali per sequestrare gli oltre 400 chili di uranio arricchito ancora nelle mani degli ayatollah. Anche il missile ipersonico Dark Eagle potrebbe essere impiegato. Il 26 febbraio Trump aveva ricevuto un briefing simile da parte di Cooper, che lo aveva convinto ad attaccare, però ha detto ad Axios che considera il blocco navale «più efficace dei bombardamenti».

La decisione dovrebbe arrivare a breve. Ieri gli Emirati arabi hanno chiesto a tutti i concittadini di lasciare Iran, Libano e Iraq. In serata le difese anti-aeree di Teheran sono entrate in funzione e testimoni hanno parlato di numerosi droni in volo sulla capitale iraniana.

Nel frattempo il Wall Street Journal ha pubblicato un documento del dipartimento di Stato sul “Maritime Freedom Construct”, la coalizione internazionale che Washington sta cercando di costruire allo scopo di riaprire Hormuz e pattugliarlo, mettendo fine al blocco della navigazione che ha fatto salire il petrolio al prezzo più alto degli ultimi quattro anni.

Oggi scade il termine di 60 giorni dall’inizio della guerra, che richiederebbe al presidente di andare al Congresso per chiedere di autorizzarlo a proseguire l’intervento. Ieri il capo del Pentagono Hegseth ha testimoniato al Senato, sostenendo che questo passo non è necessario, perché la tregua dei giorni scorsi ha allungato i tempi. I senatori democratici lo hanno attaccato, rispondendo che l’amministrazione deve venire in Parlamento. L’ex pilota Kelly gli ha chiesto se ha calcolato i costi del conflitto, che sta svuotando gli arsenali rendendo gli Usa vulnerabili.

Il presidente è tornato a parlare dell’uranio arricchito nascosto in Iran: «Vogliamo la loro polvere nucleare. Ce la prenderemo. In un modo o nell’altro, l’avremo. O ce la daranno, o ce la prenderemo».

Gli iraniani non sembrano pronti a cedere, almeno a giudicare dalle parole della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, secondo cui «l’unico posto per gli Usa nel Golfo Persico è in fondo al mare». Quindi ha avvertito: «Difenderemo le nostre capacità nucleari e missilistiche come un patrimonio nazionale». Secondo la Cnn Teheran dovrebbe presentare una nuova proposta entro oggi.

Il capo degli Stati Maggiori Riuniti Caine ha confermato che la Russia aiuta l’Iran a difendersi, rilanciando il pericolo che il conflitto si allarghi e allontanando la fine della guerra anche in Ucraina. Eppure il capo della Casa Bianca ha ripetuto: «Stiamo decimando l’Iran. Il presidente cinese Xi Jinping e Vladimir Putin hanno rispetto per quello che ho fatto».

Trump si trova davanti a un bivio, deve decidere fra l’escalation militare o la prosecuzione del cessate il fuoco, accompagnato dal blocco navale nel Golfo Persico per soffocare l’economia iraniana. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il 61% degli americani è contro la guerra in Iran, ossia oltre il picco di impopolarità del 60% raggiunto da quella in Vietnam. Questo in soli due mesi e senza soldati Usa sul terreno, contro i quasi due decenni e oltre 50mila militari morti in Indocina. Ora, in vista delle elezioni midterm di novembre, sta a Trump decidere quale prezzo è disposto a pagare, pur di raggiungere i suoi obiettivi.

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