Né pace né guerra, ma dopo le ultime dichiarazioni di Trump e dei leader iraniani, parrebbe un po’ più guerra che pace. Lo stallo del negoziato genera effetti isterici, con il presidente degli Stati Uniti che — come sempre quando le cose non vanno come aveva previsto — parla molto senza lasciar intendere troppo. Di certo c’è che, alla Cnn, ha detto di aver rifiutato la proposta avanzata da Teheran tramite i mediatori pachistani. «Non sono soddisfatto».
La bozza in cinque punti prevede la fine del conflitto con la garanzia che Israele e Usa non attacchino di nuovo, la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco statunitense, il riconoscimento da parte di Washington del diritto della Repubblica islamica ad arricchire l’uranio per scopi pacifici e, infine, colloqui sul programma nucleare in cambio del ritiro delle sanzioni. Trump l’ha rigettata. E la reazione del regime iraniano è arrivata per bocca del generale Mohammed Jafar Asadi, il numero 2 del Khatam al-Anbiya, il…
Né pace né guerra, ma dopo le ultime dichiarazioni di Trump e dei leader iraniani, parrebbe un po’ più guerra che pace. Lo stallo del negoziato genera effetti isterici, con il presidente degli Stati Uniti che — come sempre quando le cose non vanno come aveva previsto — parla molto senza lasciar intendere troppo. Di certo c’è che, alla Cnn, ha detto di aver rifiutato la proposta avanzata da Teheran tramite i mediatori pachistani. «Non sono soddisfatto».
La bozza in cinque punti prevede la fine del conflitto con la garanzia che Israele e Usa non attacchino di nuovo, la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco statunitense, il riconoscimento da parte di Washington del diritto della Repubblica islamica ad arricchire l’uranio per scopi pacifici e, infine, colloqui sul programma nucleare in cambio del ritiro delle sanzioni. Trump l’ha rigettata. E la reazione del regime iraniano è arrivata per bocca del generale Mohammed Jafar Asadi, il numero 2 del Khatam al-Anbiya, il comando congiunto delle forze armate. «La ripresa della guerra ora è probabile».
Il generale sostiene che gli Stati Uniti non stiano rispettando «le promesse e gli accordi», dunque rilancia: «Siamo preparati ad affrontare qualsiasi nuova avventura e follia americana, abbiamo preso in considerazione misure sorprendenti contro il nemico, che non possono nemmeno immaginare. Gli Usa sono caduti in una trappola dalla quale non hanno via d’uscita».
C’è ovviamente da fare la tara a questi annunci, intrisi di propaganda e di studiata provocazione. Tuttavia, lo stallo è reale. E Trump, durante una cena privata del Forum Club a West Palm Beach, ci mette del suo per rendere la situazione ancor più fumosa «Volete sapere la verità?», ha affermato. «Forse è meglio non raggiungere affatto un accordo, perché non possiamo permettere che questa situazione continui, va avanti da troppo tempo». Subito dopo, ai presidenti della Camera e del Senato è arrivata una lettera con la quale il tycoon mette nero su bianco che «le ostilità con l’Iran sono finite».
La mossa gli serve per evitare di dover chiedere l’autorizzazione al Congresso nel caso in cui, invece, la guerra dovesse riprendere: ieri infatti scadeva il termine dei 60 giorni entro i quali il Comandante in Capo può agire militarmente senza l’ok del parlamento. Sostenendo che le ostilità sono concluse, Trump ha resettato l’orologio. Resta il fatto che gli Usa sono il Paese del G7 dove la benzina è aumentata di più: +42 per cento rispetto a metà febbraio.
«Ora la palla è nel loro campo, devono scegliere tra la diplomazia e la prosecuzione dell’approccio conflittuale», ribadisce il viceministro iraniano degli Esteri Kazem Gharibabadi, mentre il ministro Abbas Araghchi si sente al telefono con l’omologo del Qatar e con Antonio Tajani. E Teheran — secondo Bloomberg — riduce la produzione di petrolio per «crescenti difficoltà di stoccaggio» dovute al blocco di Hormuz.