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Grimaldi: “Chiusura Hormuz illegale, ma preferisco tutelare i miei equipaggi”

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Il presidente dell’associazione mondiale degli armatori: “Tentare di passare, oggi, sarebbe temerario. Ai miei colleghi dico di pazientare. Davanti alla rottura delle regole prevalga la prudenza”
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«Proprio adesso che il diritto e le leggi internazionali sono calpestate noi vogliamo rivendicarne il rispetto». Emanuele Grimaldi, ceo del gruppo Grimaldi, spiega di parlare soprattutto da presidente dell’Ics, l’International Chamber of Shipping, l’associazione mondiale degli armatori. Dentro lo Stretto di Hormuz è bloccata dalla fine di febbraio una nave della sua flotta, la Grande Torino, una “car carrier”, unità speciale che trasporta auto, una delle duemila che la guerra continua a tenere ferme. «Ma a spostarla e a forzare i blocchi non ci penso neanche, perché prima di tutto viene la sicurezza e la protezione dei marittimi. Altri lo fanno? Non io».

Perché?

«Perché questo è il momento della pazienza, dell’attesa. Tenere ferma la mia nave mi costa centomila euro al giorno, ma non ho nessuna intenzione di chiedere al mio comandante di provare a uscire e questa è la raccomandazione che faccio a tutti gli armatori del mondo».

Gli Stati Uniti incoraggiano le compagnie a far muovere le…

«Proprio adesso che il diritto e le leggi internazionali sono calpestate noi vogliamo rivendicarne il rispetto». Emanuele Grimaldi, ceo del gruppo Grimaldi, spiega di parlare soprattutto da presidente dell’Ics, l’International Chamber of Shipping, l’associazione mondiale degli armatori. Dentro lo Stretto di Hormuz è bloccata dalla fine di febbraio una nave della sua flotta, la Grande Torino, una “car carrier”, unità speciale che trasporta auto, una delle duemila che la guerra continua a tenere ferme. «Ma a spostarla e a forzare i blocchi non ci penso neanche, perché prima di tutto viene la sicurezza e la protezione dei marittimi. Altri lo fanno? Non io».

Perché?

«Perché questo è il momento della pazienza, dell’attesa. Tenere ferma la mia nave mi costa centomila euro al giorno, ma non ho nessuna intenzione di chiedere al mio comandante di provare a uscire e questa è la raccomandazione che faccio a tutti gli armatori del mondo».

Gli Stati Uniti incoraggiano le compagnie a far muovere le loro navi in uno stretto corridoio commerciale. Che ne pensa?

«Io mi rifaccio alle leggi internazionali, che oggi sono calpestate. Mi rifaccio al diritto internazionale, oggi violato. Ovviamente io sono contro i blocchi, che sono atti illegali. Ma tentare di passare oggi dallo Stretto di Hormuz è semplicemente un’azione temeraria, che mette a rischio le vite umane. Ci sono mine, possono esserci attacchi. Da presidente degli armatori mondiali rivendico la libera navigazione, quella che noi tutti riconosciamo come un diritto inalienabile. Ma in questa fase noi possiamo solo attendere. Di fronte alla rottura delle regole internazionali, infatti, io metto davanti a tutto la prudenza e la sicurezza delle vite umane».

Ci sono armatori che stanno mettendo a punto rotte alternative, non solo via mare, ma anche via terra...

«È successo lo stesso anche in passato. Sono cose che ricordo da ragazzo, quando si puntava a raggiungere l’Iraq, l’Iran, il Golfo Persico e i suoi porti. Non era e non è più un discorso economico, ma era una necessità. E oggi vale lo stesso. Il Golfo Persico è un’area piccola, ma di grandi consumi, e la catena di produzione al momento ha un’enorme quantità di prodotti a terra, quindi si valutano tutte le possibili alternative, tenendo però sempre d’occhio la situazione con attenzione per evitare problemi».

In che senso?

«Passare dal canale di Suez costa cinquecentomila euro per l’export dell’Unione Europea verso quei Paesi, perché Cina e Stati Uniti seguono altre rotte. Per chi sceglie la strada devono però esserci analoghe condizioni di sicurezza lungo il percorso fino ad arrivare a destinazione. E allora si può davvero pensare di trasportare di tutto, anche l’erba medica per i cavalli».

È un problema anche questo?

«Ci sono intere navi che trasportano erba medica, e se non potranno farlo, al posto loro lo faranno i camion che caricheranno pallet di erba medica. Le corse più ricche del mondo sono in quell’area, le prime due al mondo, la Saudi Cup e la Dubai Cup, hanno premi al vincitore di dieci milioni di dollari. Il nostro Prix de l’Arc de Triomphe, la prima gara europea, è solo al decimo posto».

Presidente, delle duemila navi bloccate nello Stretto, il 2 per cento della flotta mondiale, 250 sono petroliere. Fino a quando secondo lei proseguirà questa situazione di stallo?

«Intanto mi lasci dire che bloccate sono anche car carrier, navi che trasportano carichi generali, gasiere, chimichiere. Siamo di fronte a uno scenario sconvolgente e drammatico, non solo per l’economia. Non abbiamo elementi per capire quando tutto ciò potrà finire, ma proprio questo ci invita alla prudenza, a evitare forzature. Rivendichiamo il rispetto del diritto, non mettiamo a rischio i nostri marittimi e le nostre navi».

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