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Lampi di guerra nello Stretto: a picco i barchini di Teheran, tornano i missili sugli Emirati

(afp)

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A far precipitare una situazione è stata la decisione di Donald Trump di lanciare, da ieri mattina, un piano americano per la scorta di navi da parte delle forze statunitensi attraverso lo Stretto in un’operazione chiamata “Progetto libertà”. La risposta iraniana non si è fatta attendere
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GERUSALEMME – Tre round di allarmi e la fragile tregua che per qualche settimana ha dato respiro al Medio Oriente pare arrivata al capolinea. I tre round sono quelli risuonati sugli Emirati arabi uniti, il Paese più colpito – insieme a Israele – dalla risposta iraniana all’attacco congiunto Usa-Israele lanciato il 28 febbraio: di mattina, all’ora di pranzo e poi di sera. Ma oltre ai 12 missili balistici intercettati, è stato il suono delle sirene nell’aria– ripetuto - a far capire che qualcosa non andava. E lo scontro vero è avvenuto in mare. In quello Stretto di Hormuz che sin dai primi giorni dopo l’attacco è diventato il vero cuore di questa guerra, perché in grado di influenzare – aperto o chiuso che sia – anche le economie di Paesi lontanissimi da questa regione.

A far precipitare una situazione è stata la decisione di Donald Trump di lanciare, da ieri mattina, un piano americano per la scorta di navi da parte delle forze statunitensi attraverso lo Stretto in un’operazione chiama…

GERUSALEMME – Tre round di allarmi e la fragile tregua che per qualche settimana ha dato respiro al Medio Oriente pare arrivata al capolinea. I tre round sono quelli risuonati sugli Emirati arabi uniti, il Paese più colpito – insieme a Israele – dalla risposta iraniana all’attacco congiunto Usa-Israele lanciato il 28 febbraio: di mattina, all’ora di pranzo e poi di sera. Ma oltre ai 12 missili balistici intercettati, è stato il suono delle sirene nell’aria– ripetuto - a far capire che qualcosa non andava. E lo scontro vero è avvenuto in mare. In quello Stretto di Hormuz che sin dai primi giorni dopo l’attacco è diventato il vero cuore di questa guerra, perché in grado di influenzare – aperto o chiuso che sia – anche le economie di Paesi lontanissimi da questa regione.

A far precipitare una situazione è stata la decisione di Donald Trump di lanciare, da ieri mattina, un piano americano per la scorta di navi da parte delle forze statunitensi attraverso lo Stretto in un’operazione chiamata “Progetto libertà”. La risposta iraniana non si è fatta attendere: «Qualsiasi interferenza americana nel nuovo regime marittimo dello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco», ha scritto su X Ebrahim Azizi, capo della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano. A rendere ancora più forte il loro punto, gli iraniani hanno diffuso una nuova mappa che mostra l’area dello stretto di Hormuz che ritengono debba essere sotto il loro controllo: la zona si estende tra Kuh-e Mobarak in Iran e a Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e tra l’estremità dell’isola iraniana di Qeshm e Umm Al Quwain, sempre in territorio emiratino. Tradotto, questo significa che per l’Iran l’intero stretto è sotto il suo controllo e gli Emirati, che fino a febbraio ne controllavano una parte, ne sono esclusi.

Chiaro il messaggio: chi tenta di valicare le due linee rosse ne pagherà il prezzo. Così è stato: a fare le spese per prima della rinnovata tensione è stata una nave sudcoreana, che era nella zona dello Stretto, colpita ma non in maniera grave. Subito dopo è toccato una petroliera emiratina: anche qui, pochi danni reali, enormi conseguenze dal punto di vista politico. Poi il caos: in mare e in rete. Gli scambi di accuse, le notizie vere e quelle false, le dichiarazioni e le contro-dichiarazioni.

Così, mentre gli Stati Uniti annunciavano che due imbarcazioni con bandiera Usa erano riuscite a passare, l’Iran rispondeva di aver colpito una nave da guerra americana. Parole a cui seguivano quelle dell’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando centrale, che spiegava alla stampa che gli elicotteri Usa avevano affondato sei piccole imbarcazioni iraniane che avevano tentato di attaccare navi civili protette dai suoi uomini. «Ogni minaccia è stata neutralizzata», ha detto Cooper.

Una cosa, in mezzo a questo caos, è certa: la tregua è appesa a un filo, e anzi forse quel filo già si è spezzato. Non solo ad Hormuz, ma in tutta la regione: mentre qui in Israele il comando centrale delle Forze armate ha diffuso un comunicato in cui parla di «monitorare da vicino la situazione», negli Emirati è stato annunciato che le scuole resteranno chiuse per tutta la settimana, e in tutti i Paesi dell’area l’allerta è al massimo.

Cosa accadrà nelle prossime ore dipenderà da quello che sarà deciso a Washington, a Teheran e in Israele: ma il prezzo della guerra sono destinato a pagarlo anche i Paesi dek resto del mondo. Ieri sera a New York il prezzo del petrolio ha chiuso a 106 dollari al barile in rialzo del 4% rispetto ai giorni precedenti, nonostante gli aumenti di produzione annunciati dall’Opec+.

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