Gli Stati Uniti hanno iniziato a scardinare la barriera iraniana che chiude Hormuz e tutti i segnali fanno ipotizzare che non si tratterà di un’azione simbolica. Due unità dell’Us Navy hanno varcato lo Stretto, evitando i missili cruise iraniani lanciati contro di loro e facendo distruggere dagli elicotteri Apache sei barchini d’assalto dei pasdaran. La loro missione è la prova generale di un disegno ambizioso: aprire un corridoio sicuro nel tratto meridionale del passaggio, più lontano dalle basi dei droni di Teheran, che verrà custodito dal tiro incrociato di fregate e velivoli. Consapevoli dello scudo che protegge la flotta Usa, i Guardiani della Rivoluzione hanno risposto colpendo il cuore degli interessi: la raffineria emiratina di Fujairah, l’unica all’esterno del Golfo rimasta finora in grado di esportare carburante, e due delle navi – una petroliera e un mercantile - intrappolate dal conflitto.
Difficile capire chi ha vinto e chi ha perso: il traffico marittimo commerciale è …
Gli Stati Uniti hanno iniziato a scardinare la barriera iraniana che chiude Hormuz e tutti i segnali fanno ipotizzare che non si tratterà di un’azione simbolica. Due unità dell’Us Navy hanno varcato lo Stretto, evitando i missili cruise iraniani lanciati contro di loro e facendo distruggere dagli elicotteri Apache sei barchini d’assalto dei pasdaran. La loro missione è la prova generale di un disegno ambizioso: aprire un corridoio sicuro nel tratto meridionale del passaggio, più lontano dalle basi dei droni di Teheran, che verrà custodito dal tiro incrociato di fregate e velivoli. Consapevoli dello scudo che protegge la flotta Usa, i Guardiani della Rivoluzione hanno risposto colpendo il cuore degli interessi: la raffineria emiratina di Fujairah, l’unica all’esterno del Golfo rimasta finora in grado di esportare carburante, e due delle navi – una petroliera e un mercantile - intrappolate dal conflitto.
Difficile capire chi ha vinto e chi ha perso: il traffico marittimo commerciale è ancora fermo. C’è però l’impressione che si sia trattato delle raffiche iniziali di uno scontro destinato ad aumentare di intensità. Sul tavolo della Casa Bianca c’è sempre il piano per «riportare l’Iran all’età della pietra». Ai bombardieri basterebbero 48 ore per radere al suolo impianti petroliferi, centrali elettriche e ponti. Sarebbe un attacco devastante, con effetti terribili per la popolazione. Una mossa sproporzionata rispetto alla scaramuccia di ieri, che potrebbe avere ricadute internazionali pesanti e isolare ulteriormente gli Stati Uniti.
Donald Trump sembra essere stato convinto dai suoi generali a tentare di cambiare lo schema del confronto bellico e concentrare la sfida soltanto sullo Stretto. L’obiettivo è ottenere una vittoria limitata, che non piegherà Teheran ma cercherà di riaprire Hormuz o comunque far pagare un prezzo altissimo ai pasdaran che lo presidiano. Il modello operativo sarà simile a quello sperimentato ieri: navi, elicotteri e caccia pattuglieranno senza sosta le acque della crisi per spazzare via ogni minaccia. Questo significa abbattere i missili e i droni; affondare i motoscafi; neutralizzare le mine. Ma potrebbe venire esteso, subito o progressivamente, ai raid aerei contro le isole fortezza iraniane sparse nel Golfo, senza escludere l’ipotesi di sbarchi a terra, temporanei o con l’occupazione degli avamposti. I bersagli più probabili restano quelli indicati da settimane: Abu Musa, Sirri, la Piccola e la Grande Tunb. O Larak che è proprio in mezzo allo Stretto e a causa della natura corallina non ha rifugi sotterranei. In zona ci sono oltre ottomila militari delle truppe scelte pronti a intervenire: marines, parà, incursori. Tre giorni fa l’ammiraglio Brad Cooper, al vertice del Centcom che dirige tutte le attività, li ha incontrati sulla Tripoli, la mini-portaerei che dovrebbe coordinare l’irruzione sulle isole.
Per preparare questo scenario, il Pentagono nelle scorse settimane ha modificato lo schieramento delle sue forze, avvicinandole al teatro del duello. Le squadriglie si sono spostate dalla Giordania e dall’Arabia saudita, prendendo posizione in Emirati e Qatar: si tratta soprattutto dei velivoli corazzati A10, delle cannoniere volanti AC130, degli elicotteri da battaglia Apache e Super Cobra. Sono gli strumenti per dare la caccia ai barchini dei pasdaran, minuscoli e velocissimi, e per affrontare da distanza ravvicinata i bunker che nascondono i droni.
Allo stesso tempo, la protezione di città e siti petroliferi dei Paesi del Golfo è stata potenziata con ogni genere di batteria terra-aria per costruire una cupola contro le rappresaglie degli ayatollah. Gli americani hanno mandato altri Patriot e Thaad oltre ai nuovi droni intercettori Merops; gli israeliani hanno fornito sistemi Iron Dome, forse pure con i nuovi cannoni laser; britannici e francesi hanno messo a disposizione jet e missili contraerei. Ieri la difesa emiratina ha respinto gran parte degli ordigni dei pasdaran ma ne è bastato solo uno per appiccare le fiamme a un impianto strategico.
Il problema è che nello Stretto i rischi vanno ridotti a zero, altrimenti nessun armatore metterà in pericolo la vita degli equipaggi. E cancellare le forche caudine iraniane non sarà un’impresa facile perché le insidie sono numerose, a partire dalla grande incognita delle mine.