Cohen: “La guerra è stata inutile, la minaccia nucleare resta intatta”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Avner Cohen, professore al Middlebury Institute of International studies di Monterey, California, è un nome noto nella comunità internazionale degli scienziati che si occupano di nucleare: israeliano e americano, deve la sua fama agli studi sulla non proliferazione, ma soprattutto a quelli sul programma nucleare israeliano che ha esaminato in testi chiave come Israele e la bomba e Il segreto peggio tenuto del mondo: Israele e la scommessa nucleare.
Professore, il motivo ufficiale che ha scatenato l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il rischio nucleare: a che punto siamo ora su questo?
«Al momento non a un buon punto. Questa guerra non ha portato a nulla: non c’è stato alcun miglioramento dal punto di vista di Israele, né dal punto di vista più generale della non proliferazione. L’Iran sulla questione nucleare si trova più o meno nella stessa situazione dove era prima della guerra. Ma vedremo: c’è una trattativa in corso, per quanto bloccata al momento, e t…
GERUSALEMME – Avner Cohen, professore al Middlebury Institute of International studies di Monterey, California, è un nome noto nella comunità internazionale degli scienziati che si occupano di nucleare: israeliano e americano, deve la sua fama agli studi sulla non proliferazione, ma soprattutto a quelli sul programma nucleare israeliano che ha esaminato in testi chiave come Israele e la bomba e Il segreto peggio tenuto del mondo: Israele e la scommessa nucleare.
Professore, il motivo ufficiale che ha scatenato l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il rischio nucleare: a che punto siamo ora su questo?
«Al momento non a un buon punto. Questa guerra non ha portato a nulla: non c’è stato alcun miglioramento dal punto di vista di Israele, né dal punto di vista più generale della non proliferazione. L’Iran sulla questione nucleare si trova più o meno nella stessa situazione dove era prima della guerra. Ma vedremo: c’è una trattativa in corso, per quanto bloccata al momento, e tutto dipenderà dal suo esito».
Dove punta e dove può portare questa trattativa?
«La mia valutazione è che nella migliore delle ipotesi gli Usa potranno ottenere qualcosa di più o meno simile al Jcpoa (l’accordo sul nucleare sottoscritto da Obama nel 2015 e da cui Trump è uscito nel 2018, ndr). Non credo ci saranno grandi miglioramenti, a meno che gli Stati Uniti non riescano a portare l’uranio fuori dall’Iran. Ma al momento non credo che l’Iran sia pronto a cedere su questo punto. Ciò detto, non significa che ci sarà una ripresa della guerra a breve: mi pare chiaro dalle indicazioni che l’Amministrazione ha dato nelle ultime ore».
Portare l’uranio fuori significherebbe chiedere l’assistenza di Cina e Russia: è possibile immaginare il loro coinvolgimento? E l’Iran si fiderebbe?
«Dubito sia possibile coinvolgerli. Se la Russia accettasse di entrare in gioco lo farebbe solo per promuovere gli interessi russo-iraniani, non certo quelli degli Stati Uniti e di Israele. Lo stesso vale per la Cina. Né gli Stati Uniti né Israele accetterebbero. Quindi non credo che sia un’ipotesi plausibile».
Il che ci riporta alla domanda iniziale: quanto è tangibile, stando così le cose, la minaccia nucleare iraniana?
«È allo stesso livello in cui era a giugno 2025. Se fosse riuscito
– e questo nessuno lo sa – a recuperare l’uranio arricchito al 60% che è stato sepolto nei bombardamenti del 2025, l’Iran probabilmente potrebbe produrre qualcosa di simile a una bomba in breve tempo: settimane, potenzialmente. Si tratterebbe di qualcosa di molto rudimentale, un qualche tipo di ordigno. Ma bisogna vedere se l’Iran ha intenzione di farlo: è la stessa domanda che ci siamo posti a giugno 2025. “Vogliono davvero farlo?”. Siamo sempre lì, questa guerra non ha cambiato molto le cose».
Quindi è stata un fallimento?
«Dal punto di vista di Israele, è stata una scommessa: la speranza era di rovesciare il regime. E non è successo. Ora, si può dire che l’economia sia in crisi ma non possiamo dire che il regime stia cadendo. Quindi la scommessa non ha pagato».
Il 2026 è un anno elettorale in Israele: questa scommessa non vinta peserà sulla sorte del premier Benjamin Netanyahu?
«È troppo presto per dirlo. Di sicuro Netanyahu sperava in una spinta da questa guerra e non l’ha avuta. Anzi, al momento ne esce indebolito: perché l’Iran non è stato sconfitto e Hezbollah continua ad alzare la testa, ogni giorno. Ma non mi spingerei oltre con le previsioni».