Con le «vittime della violenza e della guerra» e impegnati a promuovere un «regno di giustizia, di amore e di pace». Il giorno prima dell’udienza a Marco Rubio, Leone XIV ricorda come si colloca la Chiesa cattolica nel mondo. Se il Segretario di Stato Usa arriva a Roma per tentare di ricucire un rapporto strapazzato dalle ripetute esternazioni di Donald Trump, da ultimo l’attacco a Leone per la guerra in Iran, lui vola alto. All’udienza generale in piazza San Pietro parla di escatologia, la Chiesa, dice ai fedeli raccolti all’interno del colonnato berniniano, «cammina in questa storia terrena sempre orientata verso la meta finale, che è la patria celeste».
Sviscera il senso dei documenti del Concilio vaticano II (1962-1965), spiega che la Chiesa, «custode di una speranza che illumina il cammino», è «investita della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e ne impedisce lo sviluppo e prendere posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, de…
Con le «vittime della violenza e della guerra» e impegnati a promuovere un «regno di giustizia, di amore e di pace». Il giorno prima dell’udienza a Marco Rubio, Leone XIV ricorda come si colloca la Chiesa cattolica nel mondo. Se il Segretario di Stato Usa arriva a Roma per tentare di ricucire un rapporto strapazzato dalle ripetute esternazioni di Donald Trump, da ultimo l’attacco a Leone per la guerra in Iran, lui vola alto. All’udienza generale in piazza San Pietro parla di escatologia, la Chiesa, dice ai fedeli raccolti all’interno del colonnato berniniano, «cammina in questa storia terrena sempre orientata verso la meta finale, che è la patria celeste».
Sviscera il senso dei documenti del Concilio vaticano II (1962-1965), spiega che la Chiesa, «custode di una speranza che illumina il cammino», è «investita della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e ne impedisce lo sviluppo e prendere posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della guerra e di tutti coloro che soffrono, nel corpo e nello spirito». E «proprio a partire dalla promessa finale», dice, la Chiesa «legge e interpreta a partire dal Vangelo i dinamismi della storia, denunciando il male in tutte le sue forme e annunciando, con le parole e con le opere, la salvezza che Cristo vuole realizzare per tutta l’umanità e il suo Regno di giustizia, di amore e di pace».
Dinamismi della storia nei quali Leone non esita a immergersi. Quando in questi giorni ha inviato un messaggio al parroco di Gaza, «manifestando – ha raccontato lo stesso padre Gabriel Romanelli – la sua vicinanza, le sue preghiere, la sua preoccupazione per l’intera situazione, pregando giorno dopo giorno per la fine della guerra». O quando ieri ha fatto una sorpresa ai parroci del sud del Libano con una videochiamata avvenuta – lo ha raccontato Vatican News – durante l’udienza al nunzio nel paese dei Cedri, monsignor Paolo Borgia, da mesi impegnato a portare conforto alle popolazioni strette tra i tiri di arma da fuoco di Hezbollah e i bombardamenti israeliani che non si interrompono.
Leone XIV accoglie con questi sentimenti in animo il ministro degli Esteri di Donald Trump. Per questo incontro delicato il Papa ha auspicato «apertura» e «comprensione» reciproca, nessuno si nasconde che le divergenze sono profonde. Come ha spiegato ieri il cardinale Pietro Parolin a margine della presentazione di un libro della Libreria editrice vaticana sul Prevost a un anno dal Conclave, «ascolteremo Rubio, l’iniziativa è partita da loro, quindi vedremo un po’». Inevitabilmente si parlerà degli ultimi attacchi di Trump – «per lo meno strani», li ha definiti il Segretario di Stato – e poi dei «temi oggi più caldi», ossia i diversi scenari di guerra e tensioni, dal Libano all’Iran a Cuba.
Per l’Iran, di certo, la posizione della Santa Sede è inflessibile: «Questi conflitti non si possono risolvere con la forza, vanno risolti attraverso un negoziato, serve il dialogo», ha detto Parolin. Che ha liquidato l’accusa di Trump secondo la quale Leone sarebbe a favore dell’atomica iraniana: «La Santa Sede ha sempre lavorato per il disarmo nucleare, addirittura ha promosso l’accordo sulla liceità e l’eticità del possesso delle armi nucleari». Ma – quasi una constatazione dell’ineluttabilità delle cose – «non si può prescindere dagli Stati Uniti», ha detto Parolin. Che non ha escluso che, se Trump in futuro lo chiederà, il Papa accetti di avere con il presidente Usa una conversazione telefonica. E a chi gli domandava se conta più su Rubio che su Trump, il cardinale, sorridendo, ha risposto: «Ah io non conto su nessuno, conto su nostro Signore Gesù Cristo».