C’è bisogno di più tempo per chiudere la guerra, ma il tempo stringe. Il 14 maggio, il presidente americano Donald Trump incontrerà il leader cinese Xi Jinping e rischia di farlo da una posizione di debolezza, con gli asset militari statunitensi ridotti nell’Indopacifico, lo stretto di Hormuz ancora chiuso, o, nell’ipotesi peggiore, con una nuova escalation militare nel Golfo, mentre l’economia globale sconta la crisi del petrolio. Trump ha bisogno di un accordo, anche iniziale, che lo tolga dall’angolo. Gli iraniani hanno un orizzonte più lungo, ma non troppo: dai 30 ai 45 giorni, a seconda delle stime, prima che Teheran esaurisca i luoghi per lo stoccaggio del greggio e sia costretta a tagliare la produzione, dovendo già affrontare una crisi economica profonda.
Il tempo spinge verso una soluzione diplomatica, ma è anche il fattore che rischia di farla saltare: troppo complesse le questioni sul tavolo per essere risolte in pochi giorni. Da questo paradosso è nato il cortocircuito di …
C’è bisogno di più tempo per chiudere la guerra, ma il tempo stringe. Il 14 maggio, il presidente americano Donald Trump incontrerà il leader cinese Xi Jinping e rischia di farlo da una posizione di debolezza, con gli asset militari statunitensi ridotti nell’Indopacifico, lo stretto di Hormuz ancora chiuso, o, nell’ipotesi peggiore, con una nuova escalation militare nel Golfo, mentre l’economia globale sconta la crisi del petrolio. Trump ha bisogno di un accordo, anche iniziale, che lo tolga dall’angolo. Gli iraniani hanno un orizzonte più lungo, ma non troppo: dai 30 ai 45 giorni, a seconda delle stime, prima che Teheran esaurisca i luoghi per lo stoccaggio del greggio e sia costretta a tagliare la produzione, dovendo già affrontare una crisi economica profonda.
Il tempo spinge verso una soluzione diplomatica, ma è anche il fattore che rischia di farla saltare: troppo complesse le questioni sul tavolo per essere risolte in pochi giorni. Da questo paradosso è nato il cortocircuito di ieri: gli americani hanno fatto trapelare attraverso il sito Axios che l’intesa era vicina, una paginetta e 14 punti per chiudere la guerra alle condizioni di Washington, che comprenderebbero una moratoria sull’arricchimento dell’uranio per 12-15 anni, il trasferimento all’estero dell’uranio già arricchito in possesso degli iraniani, e l’impegno di Teheran a non gestire più impianti sotterranei. L’indiscrezione ha suscitato immediate reazioni degli iraniani, che parlano di una «lista dei desideri» irrealizzabile e «clausole inaccettabili».
La realtà è che sulla gestione dello stretto di Hormuz, sull’eventuale sospensione dell’arricchimento e sul trasferimento dell’uranio, che dovrebbe portare alla rimozione delle sanzioni, le posizioni sono ancora distanti, anche se Teheran ha acconsentito a discutere del programma atomico, cosa su cui finora aveva fatto resistenza. La Repubblica islamica vorrebbe un processo in tre fasi per negoziare prima la fine della guerra su tutti i fronti, con garanzie di sicurezza, poi dello stretto di Hormuz, su cui continua a rivendicare sovranità, e solo dopo sul nucleare. Per Washington non è una roadmap accettabile.
L’ipotesi a cui i mediatori lavorano è quella di un Memorandum di intesa, che era già stato messo sul tavolo a Islamabad durante il primo e finora unico faccia a faccia tra iraniani e americani, riferiscono a Repubblica fonti pachistane: un accordo sui principi che guadagni alle due parti 30 giorni per negoziare in dettaglio sui punti controversi, a partire già dalla prossima settimana. In questa finestra temporale, prorogabile di altri 30 giorni, l’Iran allenterebbe la stretta su Hormuz e gli Stati Uniti dovrebbero alleggerire il blocco navale, secondo fonti americane che hanno parlato con il Wall Street Journal.
Da sabato scorso è iniziata una intensa staffetta diplomatica dei pakistani per scambiare bozze e documenti tra le due capitali e arrivare a un testo di sintesi, breve, una corsa contro il tempo a cui si sono uniti anche i sauditi. Riad, insieme a Islamabad, ha fatto pressioni su Trump perché interrompesse l’operazione Project Freedom che rischiava di riaccendere di nuovo la macchina bellica. Gli Stati Uniti avevano inviato cacciatorpediniere nello Stretto per scortare le navi e farle uscire, ma l’Iran ha attaccato un mercantile e sparato missili sugli Emirati, inviando un messaggio chiaro: Teheran è pronta a sostenere i costi di un altro attacco americano e israeliano perché li considera comunque inferiori a quelli di una resa alle condizioni di Washington.
Il filo della diplomazia è sottile e le pressioni esterne sono tante, a cominciare da quelle israeliane. Ieri l’Idf ha ripreso a bombardare Beirut e Netanyahu ha voluto chiarire le sue di condizioni: zero arricchimento, distruzione delle strutture per realizzarlo, trasferimento dell’uranio iraniano all’estero. Un non-inizio negoziale per Teheran, lo sa anche Trump, che a differenza di Bibi ha solo una settimana di tempo per evitare di arrivare da Xi Jinping impelagato in una guerra che non sta vincendo e da cui non sa come uscire.