Marco Rubio torna a casa con la penna in legno d’ulivo donatagli da Leone XIV come simbolo di pace; e con il rischio di dividere, anziché compattare, la base elettorale che si riconosce nella sua duplice identità di cattolico e latino di origini cubane. La stessa, cioè, che se dovesse dar seguito alle aspirazioni presidenziali da lui già esternate nel 2016, gli sarà essenziale per coronarle nel 2028.
Finora l’essere cubano e cattolico tradizionalista — unico esponente credibile dell’amministrazione per ricucire i rapporti col Papa — ha contribuito a farne lo stimato politico repubblicano tutto d’un pezzo, noto per la sua intransigenza anticomunista. Nemico giurato di Cina, Venezuela, Nicaragua e naturalmente di Cuba, l’isola dove non ha mai messo piede, terra natia dei suoi genitori Mario e Oriales. Il cameriere e la barista che, a differenza di quanto da lui narrato negli anni in cui si faceva strada nel partito in quella Miami dove è nato nel 1971, non sono mai stati esuli anti-cast…
Marco Rubio torna a casa con la penna in legno d’ulivo donatagli da Leone XIV come simbolo di pace; e con il rischio di dividere, anziché compattare, la base elettorale che si riconosce nella sua duplice identità di cattolico e latino di origini cubane. La stessa, cioè, che se dovesse dar seguito alle aspirazioni presidenziali da lui già esternate nel 2016, gli sarà essenziale per coronarle nel 2028.
Finora l’essere cubano e cattolico tradizionalista — unico esponente credibile dell’amministrazione per ricucire i rapporti col Papa — ha contribuito a farne lo stimato politico repubblicano tutto d’un pezzo, noto per la sua intransigenza anticomunista. Nemico giurato di Cina, Venezuela, Nicaragua e naturalmente di Cuba, l’isola dove non ha mai messo piede, terra natia dei suoi genitori Mario e Oriales. Il cameriere e la barista che, a differenza di quanto da lui narrato negli anni in cui si faceva strada nel partito in quella Miami dove è nato nel 1971, non sono mai stati esuli anti-castristi. Lo svelò un’inchiesta del Washington Post qualche anno fa: arrivarono in Florida nel 1956, due anni prima dell’avvento di Fidel. Finì che Rubio fu costretto a cambiare la sua biografia ufficiale sul sito del Senato.
Ebbene, il rischio che, dopo Caracas e Teheran gli Stati Uniti vogliano provare a cambiar regime anche a L’Avana, preoccupa molto la Chiesa. Tanto più che Trump lo ha detto esplicitamente: «Al ritorno dall’Iran potremmo passare da Cuba». Da mesi gli Usa impongono un embargo ben più duro che in passato, privando l’isola di energia e riducendo la popolazione alla fame: «Strage silenziosa che colpisce i poveri», l’ha definita la Santa Sede.
E infatti, prima che nella biblioteca papale dove si è tenuto il colloquio entrasse Jeanette Dousdebes fittamente velata per la foto di rito — la moglie di Rubio con un passato da cheerleader della squadra di football dei Miami Dolphins, madre dei suoi quattro figli — oltre che di Africa e conflitti nel mondo il Papa e il capo della diplomazia Usa, hanno parlato fittamente anche di Cuba. Il Vaticano ha un canale aperto con L’Avana e spinge per un allentamento dell’embargo, dicendosi disponibile a far arrivare aiuti: medicinali e cibo. Riuscendo, il 13 marzo, a far scarcerare 51 detenuti politici, «nello spirito di buona volontà, di strette e fluide relazioni tra lo Stato cubano e la Santa Sede» aveva scritto L’Avana. Il timore, ora, è che la situazione precipiti: a causa di un’azione armata degli Stati Uniti, intenzionati, appunto, a incassare una qualche vittoria prima delle elezioni di novembre. O anche semplicemente per il clima di tensione instaurato dalle parole destabilizzanti di Trump. Che rendono concreto il rischio di un’escalation violenta sia all’interno dell’isola che fuori: qualcosa del genere è già accaduta lo scorso 26 febbraio, quando la guardia costiera cubana ha ucciso quattro persone a bordo di un motoscafo proveniente dagli Stati Uniti, che «volevano infiltrarsi per scopi terroristici».
E chissà che il segretario di Stato non ci abbia meditato nel lungo pomeriggio trascorso ieri nella “roccaforte” dell’Hotel Edition di Via San Nicola da Tolentino — a poche decine di metri dall’ambasciata americana affacciata su Via Veneto — dove si è ritirato dopo gli incontri in Vaticano, proprio mentre il suo ministero annunciava nuove sanzioni ad aziende cubane attive nel settore dell’estrazione di minerali, mostrando di non volere allentare la morsa. Uscendone solo al tramonto, per andare a cena “dal Bolognese” in una Piazza del Popolo totalmente blindata per garantirne la privacy.
Di sicuro, la posta di questo viaggio si è alzata, appunto, anche a livello personale. A Marco Rubio “il pacificatore” non solo tocca tornare in patria con la relazione fra Stati Uniti e Santa Sede poco più che rattoppata. Ma deve anche trovare il modo per accontentare il suo elettorato cubano anticastrista, che da oltre mezzo secolo sogna di riappropriarsi dell’isola: senza tuttavia scontentare quel 55 per cento di cattolici americani che alle elezioni 2024 ha votato Trump e ora è sbigottito dalle critiche del presidente al Papa e dalla deriva bellicistica abbracciata dagli Stati Uniti.