CITTÀ DEL VATICANO – Hai voglia a essere cordiale, certe distanze sono difficili da colmare. Quando Marco Rubio gli ha regalato un piccolo pallone da football di cristallo con il sigillo del Dipartimento di Stato, Robert Francis Prevost si è limitato a dire: «Wow, ok…». Lo stesso Segretario di Stato Usa, del resto, ha ammesso che il Papa di Chicago, noto tifoso dei White Sox, è più «un tipo da baseball». Leone, viceversa, ha regalato a Rubio una penna di legno d’olivo, «che è una pianta della pace», e vai a sapere se il messaggio è arrivato.
Il primo Papa statunitense ha fatto di tutto per disinnescare le ripetute bordate di Donald Trump. Ha evitato di rispondere a tono, ricordando che lui predica solo il Vangelo della pace, e si è limitato a esporre la verità dei fatti quando il tycoon lo ha accusato di essere a favore dell’atomica iraniana. E ha accettato di ricevere Rubio, scelta non scontata perché i suoi omologhi sono i Capi di Stato, non i ministri degli Esteri.
E infatti l’inco…
CITTÀ DEL VATICANO – Hai voglia a essere cordiale, certe distanze sono difficili da colmare. Quando Marco Rubio gli ha regalato un piccolo pallone da football di cristallo con il sigillo del Dipartimento di Stato, Robert Francis Prevost si è limitato a dire: «Wow, ok…». Lo stesso Segretario di Stato Usa, del resto, ha ammesso che il Papa di Chicago, noto tifoso dei White Sox, è più «un tipo da baseball». Leone, viceversa, ha regalato a Rubio una penna di legno d’olivo, «che è una pianta della pace», e vai a sapere se il messaggio è arrivato.
Il primo Papa statunitense ha fatto di tutto per disinnescare le ripetute bordate di Donald Trump. Ha evitato di rispondere a tono, ricordando che lui predica solo il Vangelo della pace, e si è limitato a esporre la verità dei fatti quando il tycoon lo ha accusato di essere a favore dell’atomica iraniana. E ha accettato di ricevere Rubio, scelta non scontata perché i suoi omologhi sono i Capi di Stato, non i ministri degli Esteri.
E infatti l’incontro è stato cordiale nei modi - le cose in comune non mancano, entrambi statunitensi, entrambi con l’America latina nel cuore (Rubio è di origini cubane, Prevost ha trascorso 20 anni in Perù) - eppure sono due mondi diversi che si sforzano di parlarsi ma faticano a capirsi. Perché se incontrarsi è stato già un passo avanti - e nessuno si attendeva che scoppiasse l’idillio - sulla guerra in Iran, sui bombardamenti israeliani del Libano e sui destini di Cuba le posizioni erano e restano distanti, per non parlare dell’ottica diversa con cui Washington e Roma guardano alla Cina o all’IA. Tema, quest’ultimo, che rientrerà nella prima enciclica di Leone, di prossima pubblicazione, e che sta così a cuore agli Usa che l’ambasciatore presso la Santa Sede, Brian Burch, ha annunciato che inviterà Leone a visitare la Silicon Valley nel 2027.
Ieri Rubio è stato 45 minuti col Papa e poi un altro paio d’ore con il cardinale Pietro Parolin e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher. Da entrambe le parti c’era voglia di mettere in valore la buona volontà di confrontarsi, nessuno poteva nascondere il divario. Il dipartimento di Stato Usa ha sottolineato «la solidità delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Santa Sede, nonché il loro impegno comune a favore della pace e della dignità umana»: buoni propositi, ma molto generici. Il Vaticano, da parte sua, ha diramato una nota che porta l’impronta personale del Papa. Succinta, ma vergata nei minimi dettagli. Nel corso dei «cordiali colloqui», vi si legge, «è stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America». E qui finiscono le convergenze. Poi c’è stato uno «scambio di vedute», prosegue la nota vaticana, sulla «situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace». Trump e Leone hanno però idee molto diverse su come raggiungere quell’obiettivo.
In particolare, il Vaticano ha fatto sapere che la discussione è caduta su due punti cruciali del mappamondo: l’Africa, dove Leone è appena stato denunciando la corruzione dei regimi locali e la rapacità dell’estrazione di minerali e terre rare, e Cuba, «con particolare riferimento», ha riferito la sala stampa vaticana, «alla popolazione dell’isola e alla necessità di aiuti umanitari».
Un riferimento, quest’ultimo, al timore del Papa e dei suoi uomini che Washington voglia fare con l’Havana quel che ha fatto con il Venezuela, ossia un regime change tramite intervento militare. E invece è da mesi che la Santa Sede discretamente chiede agli Usa di allentare la morsa che affama la popolazione – facendo ad esempio arrivare le petroliere messicane – in cambio di un ammorbidimento economico e politico del regime cubano. Appena lasciato il Vaticano, Rubio ha annunciato nuove sanzioni contro Cuba. Hai voglia a essere cordiale.