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Miller: “L’Iran ha tempo, vuole creare una nuova realtà”

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Intervista all’analista statunitense, per anni inviato del Dipartimento di Stato in Medio Oriente. “La leadership è già cambiata. Punta a che sia riconosciuta la sua capacità di gestire lo Stretto e il diritto a un programma nucleare”
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WASHINGTON – Aaron David Miller, per anni inviato del dipartimento di Stato in Medio Oriente, azzarda questa previsione: «Le opzioni sul tavolo in Iran sono due: l’accordo di una pagina per fermare la guerra e iniziare un vero negoziato di pace; oppure la ripresa ancora più dura del conflitto. Il tempo sta dalla parte di Teheran, che ha una soglia di tolleranza più alta, quindi è probabile che il presidente Trump spinga per la prima ipotesi».

Cosa sta succedendo, con questo balletto quotidiano fra gli scontri, che però non mettono fine al cessate il fuoco, e lo scambio di proposte di pace con l’attesa di risposte a breve termine?

«Primo, entrambe le parti vogliono una via d’uscita, ma sono pronte a correre il rischio delle conseguenze di non trovarla. Secondo, entrambe hanno la capacità di lanciare un’escalation, che le spinge a credere di poter ottenere quanto vogliono. Terzo, c’è zero fiducia reciproca».

Quindi cosa ci aspetta?

«Questo ci lascia con due possibili scelte. Se gli…

WASHINGTON – Aaron David Miller, per anni inviato del dipartimento di Stato in Medio Oriente, azzarda questa previsione: «Le opzioni sul tavolo in Iran sono due: l’accordo di una pagina per fermare la guerra e iniziare un vero negoziato di pace; oppure la ripresa ancora più dura del conflitto. Il tempo sta dalla parte di Teheran, che ha una soglia di tolleranza più alta, quindi è probabile che il presidente Trump spinga per la prima ipotesi».

Cosa sta succedendo, con questo balletto quotidiano fra gli scontri, che però non mettono fine al cessate il fuoco, e lo scambio di proposte di pace con l’attesa di risposte a breve termine?

«Primo, entrambe le parti vogliono una via d’uscita, ma sono pronte a correre il rischio delle conseguenze di non trovarla. Secondo, entrambe hanno la capacità di lanciare un’escalation, che le spinge a credere di poter ottenere quanto vogliono. Terzo, c’è zero fiducia reciproca».

Quindi cosa ci aspetta?

«Questo ci lascia con due possibili scelte. Se gli Usa preferiscono il negoziato, devono accettare di fare alcune concessioni, a partire dalla sopravvivenza del regime e un equilibrio dei rispettivi interessi. Entrambe le parti, in sostanza, devono poter proclamare la vittoria. La seconda scelta è invece il ritorno alla guerra a tempo indeterminato».

Aaron David Miller (afp)

Quali sono le condizioni perché si realizzi la prima scelta?

«Gli iraniani non sono interessati solo a finire la guerra, ma vogliono creare una nuova realtà politica, economica e di sicurezza che li riconosca. Sul piano politico la leadership è già cambiata, ma puntano anche al riconoscimento della capacità di gestire lo Stretto di Hormuz e conservare in qualche forma il diritto ad avere un programma nucleare».

Quale sarebbe l’alternativa?

«Abbandonare la nozione che possa esserci qualsiasi accordo con questo regime, e quindi puntare a creare le condizioni per fratturarlo e impedirgli di operare, con una massiccia dimostrazione del potere militare americano, che colpisca le infrastrutture, gli impianti di desalinizzazione, e quanto resta della leadership, insieme alla prosecuzione a tempo indeterminato del blocco navale e l’embargo. Non direi il cambio di regime, perché per cambiarlo servirebbe un’alternativa che non esiste, ma renderlo incapace di operare».

Quale delle due opzioni ritiene più probabile?

«La soglia di tolleranza degli iraniani è più alta, possono aspettare più a lungo. L’amministrazione invece sembra interessata a trovare una via d’uscita sul modello di Gaza, ossia un memorandum di una pagina su cui poi basare l’avvio di negoziati più lunghi e dettagliati per un vero accordo di pace. Questo però dovrebbe consentire a Trump di dire che ha migliorato le condizioni rispetto all’intesa precedente dell’amministrazione Obama e ha contenuto il programma nucleare. Non so se sia possibile, ma questa è la preferenza degli Usa».

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