Keir Starmer, dal trionfo al disastro: anatomia di un crollo
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Come fa Keir Starmer a essere sull’orlo della caduta, dopo il disastro alle elezioni locali di giovedì stravinte da Nigel Farage e dopo aver trionfato alle elezioni del Regno soltanto due anni fa? La parabola discendente del primo ministro laburista, anzi il suo crollo, è emblematico e può essere un monito anche per tutti i leader del centro-sinistra europeo, o aspiranti tali.
Il trionfo e le prime ombre È vero, solo due anni fa Starmer ha ottenuto un risultato incredibile, ottenendo una maggioranza a Westminster di addirittura quasi 90 deputati. Ma, come avevamo notato all’epoca, si è trattato di un trionfo “drogato” da alcuni fattori, innanzitutto una serie di coincidenze decisamente fortunate: ovvero un odio/astio generalizzato nel Regno per i conservatori dopo 14 anni di governi tory, spesso molto controversi; la presenza di Nigel Farage che ha rubato tantissimi voti proprio a questi ultimi (favorendo paradossalmente proprio il Labour di Starmer); e anche l’assenza a sini…
LONDRA - Come fa Keir Starmer a essere sull’orlo della caduta, dopo il disastro alle elezioni locali di giovedì stravinte da Nigel Farage e dopo aver trionfato alle elezioni del Regno soltanto due anni fa? La parabola discendente del primo ministro laburista, anzi il suo crollo, è emblematico e può essere un monito anche per tutti i leader del centro-sinistra europeo, o aspiranti tali.
Il trionfo e le prime ombre È vero, solo due anni fa Starmer ha ottenuto un risultato incredibile, ottenendo una maggioranza a Westminster di addirittura quasi 90 deputati. Ma, come avevamo notato all’epoca, si è trattato di un trionfo “drogato” da alcuni fattori, innanzitutto una serie di coincidenze decisamente fortunate: ovvero un odio/astio generalizzato nel Regno per i conservatori dopo 14 anni di governi tory, spesso molto controversi; la presenza di Nigel Farage che ha rubato tantissimi voti proprio a questi ultimi (favorendo paradossalmente proprio il Labour di Starmer); e anche l’assenza a sinistra di una vera alternativa al partito dell’attuale primo ministro. Tutto ciò inscritto nel sistema elettorale maggioritario uninominale secco (“First Past the Post”) per cui basta prendere un voto più degli altri in ognuna delle 650 circoscrizioni del Paese e che ha favorito nettamente Starmer nella circostanza. Non a caso, basti pensare allo stesso trionfo di Keir Starmer nel 2024, quando il Labour ha ottenuto 411 seggi con soltanto il 34% dei voti su base nazionale, mentre nel 2019 il predecessore Jeremy Corbyn subì una disfatta epocale contro Boris Johnson, assicurandosi solo 202 seggi ma con una percentuale di voti su base nazionale superiore a quella di Starmer cinque anni dopo: addirittura il 40%.
Le prime crepe dell’era Starmer
Con una maggioranza così netta ai Comuni, lecitamente ci si aspettava moltissimo da Starmer, che ha rimesso al centro la “serietà e la competenza” dopo una lunga sfilza di disastri tory. Invece, il suo governo si è presto distinto per un certo immobilismo, assolutamente non giustificabile visti i numeri in Parlamento. Il primo enorme errore è stato l’annuncio del taglio dei sussidi “winter fuel payments”, letteralmente “per il carburante d’inverno”, che ricevono soprattutto anziani e poveri. La ministra delle finanze Rachel Reeves pensava così di recuperare 1,5 miliardi di sterline, ma la mossa si è rivelata un boomerang clamoroso: la sinistra del partito si è mobilitata per bloccare il taglio dei winter fuel payments e anche la riforma del welfare, che avrebbe ridotto anche i sussidi ad alcuni disabili. Una idea atroce che ha obbligato Starmer a una umiliante retromarcia. Solo la prima di una lunga serie: dalla cancellazione della svolta ambientalista a un riavvicinamento sempre più marcato all’Ue dopo Brexit.
La sinistra alienata
Il disastro sul welfare è stato solo la punta dell’iceberg: Starmer ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la sinistra del partito. Un atteggiamento impostogli anche dal suo “Rasputin” centrista, Morgan McSweeney, che tramite il suo think tank moderato Labour Together ha costruito scientemente la figura politica di Starmer dopo i disastri del “socialista” Corbyn. In discorso contro l’immigrazione illegale, pronunciato il 12 maggio 2025, Starmer cita le fatali parole, sempre suggeritegli da McSweeney: “Non voglio che la Gran Bretagna diventi un’isola di stranieri”. Frase considerata razzista e divisiva, che incendia la sinistra del Labour e di tutto il Regno. Starmer viene criticato così duramente, anche dal suo stesso partito, che il primo ministro dovrà chiedere pubbliche scuse.
L’arrivo dei Verdi
Tutte queste gaffe politiche di Starmer, che ha sempre rivendicato di essere un leader centrista, gli hanno alienato sempre di più la sinistra. Su quel fianco, il primo ministro ha lasciato un’autostrada, presto occupata dai Verdi e dal loro nuovo e carismatico leader Zack Polanski, che hanno subito iniziato a martellare il primo ministro e il governo su emergenza abitativa, welfare, disuguaglianze e tasse ai ricchi. Starmer e i suoi, concentrati su come arginare Farage a destra e mostrando un volto sempre più duro sull’immigrazione, hanno fatto crescere a dismisura i Verdi di Polanski, oramai incontrastati. Non a caso, nelle elezioni di giovedì scorso, i Greens hanno conquistato feudi laburisti nella Londra bene e radical chic, ma hanno conquistato anche comuni come Birmingham, da decenni roccaforte del Labour. Alla fine, Starmer è finito in una morsa fatale, tra Farage e Polanski: non credibile per gli elettori di destra, e troppo di destra per gli elettori di sinistra.
Il guaio della guerra a Gaza
La catastrofica operazione militare di Netanyahu nella Striscia è stata altrettanto decisiva per affondare i consensi di Starmer. La moglie del primo ministro, Vicky, e la sua famiglia sono ebrei, e il primo impegno ufficiale del premier, dopo aver vinto le elezioni nel maggio 2024, è stato proprio quello di ricucire con la comunità ebraica. La guerra a Gaza però ha iniziato a erodere sensibilmente il consenso di Starmer, che ha impiegato mesi per condannare le azioni dell’esercito israeliano (anzi, all’inizio in una intervista a Lbc era sembrato addirittura giustificare il taglio dell’acqua potabile ai palestinesi). Quando poi i massacri sono diventati insostenibili, Starmer ha criticato Netanyahu e ha addirittura riconosciuto lo Stato palestinese ma era troppo tardi oramai: le comunità musulmane e di immigrati nel Regno, da sempre elettori del Labour in grandissima maggioranza, hanno voltato le spalle in massa a Sir Keir, votandosi ai Verdi di Polanski. Allo stesso tempo, Starmer è stato sempre più criticato dalla comunità ebraica, perché per molti rappresentanti di quest’ultima il riconoscimento dello Stato palestinese ha legittimato l’astio verso gli ebrei e difatti l’antisemitismo oltremanica è a livelli mai visti dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.
Lo scandalo Mandelson
Il caso dell’ex ambasciatore britannico a Washington, pesantemente implicato negli Epstein Files, è stato di certo l’errore capitale di Starmer, che ha dovuto licenziarlo solo qualche mese dopo. Un inciampo madornale non solo per la sciagurata nomina in sé ma anche perché ha seriamente macchiato la reputazione di Sir Keir: un ex procuratore generale della Corona dovrebbe essere super-affidabile e avere giudizio. Invece, Starmer ne è uscito quasi come un fantoccio politico, facendosi imporre passivamente la nomina e non indagando sui lati oscuri della vicenda e nemmeno ponendo domande ai suoi - come il curriculum richiederebbe. Insomma, dallo scandalo Mandelson, molti britannici hanno avuto il sospetto che Starmer sia non solo un potenziale bugiardo ma anche un possibile incompetente, dilaniando la sua credibilità.
Empatia e visione
Infine, Starmer ha un grosso deficit di empatia, che lo aliena da buona parte della popolazione. Per suoi limiti comunicativi, a molti britannici sembra dire il falso, o essere “fake”, anche quando crede fortemente in qualcosa. E di certo entusiasma in pochi, nonostante qualche buon risultato in politica estera. A ciò si aggiunge una cronica mancanza di visione politica: Starmer non sembra davvero averne una e si comporta molto spesso come un tecnocrate, delegando costantemente compiti e obblighi e non prendendo mai una decisione convinta - persino Donald Trump lo ha criticato pubblicamente per questo. Non a caso, Sir Keir in passato ha fatto capire di non considerarsi un politico e di non amare affatto la politica e tutti i suoi intrighi connessi. In molti, a questo punto, si chiedono a maggior ragione perché allora insista a essere primo ministro.