L’India soffocata da Hormuz: ristoranti chiusi e file dai benzinai, Modi dichiara l’austerity
di Carlo PizzatiCHENNAI (INDIA) – Addio al samosa al burro a Jaipur, il chai ora si scalda sulla piastra a induzione a Delhi, ridotte anche le frittelle di riso dosa a Chennai, meno pane roti a Lucknow, file lunghe ai centri di distribuzione del gas e di fertilizzante. La crisi dello stretto di Hormuz si sente, in India. Anzi, si vede. E da oggi è ufficiale che l’India è nei guai, lo annuncia direttamente il premier Narendra Modi in un discorso dall’Andhra Pradesh che, invitando autarchicamente ad usare meno shampoo straniero e comprare scarpe made in India, oltre a far crollare il mercato azionario di Mumbai all’apertura, ha lasciato molti sgomenti. E arrabbiati.
Bisogna stringere la cinghia perché la guerra tra Stati Uniti e Iran sta costando troppo all’India: “Lavorate da casa, evitate i viaggi all’estero e gli acquisti in oro. Durante il Covid ci siamo adattati allo smart-work, riunioni online, videoconferenze. Oggi i tempi grami ci costringono a tornare a questi sistemi, nell’interesse nazionale…
CHENNAI (INDIA) – Addio al samosa al burro a Jaipur, il chai ora si scalda sulla piastra a induzione a Delhi, ridotte anche le frittelle di riso dosa a Chennai, meno pane roti a Lucknow, file lunghe ai centri di distribuzione del gas e di fertilizzante. La crisi dello stretto di Hormuz si sente, in India. Anzi, si vede. E da oggi è ufficiale che l’India è nei guai, lo annuncia direttamente il premier Narendra Modi in un discorso dall’Andhra Pradesh che, invitando autarchicamente ad usare meno shampoo straniero e comprare scarpe made in India, oltre a far crollare il mercato azionario di Mumbai all’apertura, ha lasciato molti sgomenti. E arrabbiati.
Bisogna stringere la cinghia perché la guerra tra Stati Uniti e Iran sta costando troppo all’India: “Lavorate da casa, evitate i viaggi all’estero e gli acquisti in oro. Durante il Covid ci siamo adattati allo smart-work, riunioni online, videoconferenze. Oggi i tempi grami ci costringono a tornare a questi sistemi, nell’interesse nazionale.”
Il messaggio è semplice, per quanto distopico per chi sognava l’“incredible India” delle pubblicità ottimiste. “Dobbiamo ridurre benzina e diesel. Viaggiare in metro, fare carpooling. Bisogna risparmiare sulla valuta straniera per pagare il carburante. Niente matrimoni all’estero o vacanze esotiche per la classe media. Rimandate di almeno un anno. Nell’interesse nazionale, bisogna rinviare l’acquisto di gioielli in oro di 12 mesi. Il patriottismo non è solo sacrificare la vita alla frontiera, ma anche vivere in modo responsabile e fare il proprio dovere nella vita di ogni giorno! Anche riducendo l’olio in cucina. È sano e anche patriottico”.
Non è che servisse Modi per capire che l’India, soffocata da Hormuz, da quarta potenza mondiale, secondo il Fondo monetario internazionale, sta già slittando verso il sesto posto. Alcune aziende che da poco si erano riprese dallo shock del Covid, non ce la fanno ad affrontare il nuovo sacrificio. Meglio chiudere. Il crollo delle importazioni di Lpg da 2 milioni a 0,95 milioni di tonnellate è il numero più brutale: i ristoranti (che contribuiscono quasi il 2% del Pil) senza gas hanno abbassato le saracinesche. Nel Gujarat di Modi hanno chiuso 450 ditte di ceramica, 200 mila i lavoratori colpiti. Nell’Uttar Pradesh, la produzione del vetro è calata del 40%, 9 mila famiglie senza lavoro da fine febbraio. Ottone, cuoio, tappeti, tutti dipendono dal gas. E stanno cedendo, una dopo l’altra. L’India ha solo 21 milioni di barili di riserve petrolifere strategiche, contro i 263 milioni del Giappone, i 1397 milioni della Cina. Ciò la rende indifesa a un prolungamento della crisi, la più vulnerabile tra le grandi economie, con zero leve geopolitiche su Teheran.
La crisi in diversi settori ha innescato una migrazione di ritorno dei lavoratori del Bihar e di altri stati poveri che forniscono le metropoli di operai, addetti alle pulizie e lavori umili, come accadde nel Covid. “Se la migrazione di ritorno continua”, avverte Arvind Goel, della Confindustria indiana, “ci sarà un impatto significativo su micro e piccole imprese nell’edilizia, nel tessile e nella manifattura”.
Ci sono tassisti che vendono l’autorickshaw per tornare nel Bihar, come Ramnaresh Yadav: “Già facevo fatica a sfamare la famiglia con quel poco che guadagnavo. Adesso, con la crisi, è impossibile”. E pure Ashok Yadav, nel catering a Delhi, è rimpatriato nell’Uttar Pradesh: “Non c’è gas per cucinare, ristoranti chiusi. Si fatica a fare due pasti al giorno”. Stazioni dei treni e dei bus più affollati del solito anche a Mumbai, Bangalore, Chennai e Hyderabad. Si fanno gli zaini e si torna alle campagne, aspettando che passi la bufera economica.
Più che bufera, un uragano: lunedì mattina l’indice Sensex ha aperto con un crollo di 950 punti, mentre la Titan, famosa per la gioielleria Tanishq era giù dell’8%, la Senco Gold dell’11, i gioiellieri Kalyan del 10, la linea aerea IndiGo del 5,2, l’agenzia di viaggi online EaseMyTrip del 3,7.
Il leader dell’opposizione, Rahul Gandhi, è intervenuto, tagliente: "Non comprare oro, non andare all'estero, usare meno benzina, tagliare i fertilizzanti del 50% e l'olio da cucina, prendere la metro, lavorare da casa. Non sono sermoni: sono prove di fallimento. In 12 anni di governo, Modi ha portato lo Stato a dover dire ai cittadini cosa comprare, dove andare, come vivere…”.
Gli economisti restano cauti sull'efficacia degli appelli volontari. Teresa John della Nirmal Bang sostiene che le riserve valutarie si conservano con politiche strutturali, non con la rinuncia individuale ai viaggi di nozze a Bali. Quello che il discorso di Modi ha fatto, però, è politicamente rilevante quanto economicamente necessario: ha ammesso che la crisi è reale, che il Paese la sta pagando, e che né lo Stato, né le compagnie petrolifere, né il singolo cittadino, può fingere che il prezzo del greggio a 104 dollari non lo riguardi.