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Mali, jiadisti e tuareg assediano Bamako: in bilico la giunta militare filorussa

(afp)

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Ecco chi sono i ribelli che hanno già conquistato la città strategica di Kidal e ora avanzano in tutto il Paese: si aggrava la crisi umanitaria
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Tunisi – Dopo gli attacchi coordinati portati a termine il 25 e il 26 aprile in più punti del Mali, i jihadisti di Jnim continuano ancora oggi la propria offensiva, sempre più preoccupante, assieme ai loro nuovi alleati, i ribelli tuareg, che combattono da sempre per l’indipendenza della parte settentrionale del Paese. Nel loro mirino, il regime militare, che ha in mano il Mali dal 2020, mentre i soldati russi dell’Africa Corps, alle strette dipendenze del Cremlino e presenti in loco dal 2022, appaiono in difficoltà nel coadiuvare le truppe nazionali per contrastare quest’offensiva. E se il regime di Assimi Goita, il generale leader della giunta, cadesse? E se i jihadisti di Jnim (il Gruppo di sostegno all’islam e i musulmani), affiliato ad Al Qaeda, penetrassero alla fine nella capitale, Bamako?

La grande offensiva

Tra il 25 e il 26 aprile i jihadisti e i tuareg del Fla (il Fronte per la liberazione dell’Azawad) sono riusciti a occupare Kidal, la principale città del Nord-Est. Ques…

Tunisi – Dopo gli attacchi coordinati portati a termine il 25 e il 26 aprile in più punti del Mali, i jihadisti di Jnim continuano ancora oggi la propria offensiva, sempre più preoccupante, assieme ai loro nuovi alleati, i ribelli tuareg, che combattono da sempre per l’indipendenza della parte settentrionale del Paese. Nel loro mirino, il regime militare, che ha in mano il Mali dal 2020, mentre i soldati russi dell’Africa Corps, alle strette dipendenze del Cremlino e presenti in loco dal 2022, appaiono in difficoltà nel coadiuvare le truppe nazionali per contrastare quest’offensiva. E se il regime di Assimi Goita, il generale leader della giunta, cadesse? E se i jihadisti di Jnim (il Gruppo di sostegno all’islam e i musulmani), affiliato ad Al Qaeda, penetrassero alla fine nella capitale, Bamako?

La grande offensiva

Tra il 25 e il 26 aprile i jihadisti e i tuareg del Fla (il Fronte per la liberazione dell’Azawad) sono riusciti a occupare Kidal, la principale città del Nord-Est. Questa, dopo nove anni in cui era rimasta sotto il controllo dei ribelli indipendentisti, nel 2023 era stata recuperata dall’esercito regolare, proprio grazie al contributo fondamentale delle milizie russe (allora, di Wagner). La ripresa di Kidal, oggi amministrata di nuovo dal Fla, ha un forte valore simbolico. Simbolico è stato anche che il 25 aprile Jnim sia riuscito a organizzare un attentato contro la residenza del numero due della giunta, il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso con il resto della sua famiglia, a Kati, sobborgo di Bamako (che si trova nell’estremo sud-ovest del paese), una cittadella fortificata, dove vivono molti esponenti dell’esercito e dei vertici del Mali.

Ucciso il ministro che aveva portato i russi nel Paese

Proprio il generale Camara, che parlava russo e che da giovane aveva studiato a Mosca, era stato l’artefice dello sbarco dei mercenari di Wagner, che nel 2022 sostituirono i francesi nella campagna per sradicare i jihadisti del paese. Camara, al pari di Goita e compagni, che hanno conquistato il potere grazie a due golpe successivi, nel 2020 e nel 2021, “sono espressione di un neopanafricanismo, che si è espanso progressivamente in tutto il Sahel – sottolinea Niagalé Bagayoko, politologa e presidentessa del centro di ricerca African Security Network -. È una tendenza sovranista, con un sentimento anti-francese, che la giunta ha utilizzato per strappare il consenso della popolazione”. Questa ha scaricato contro gli ex colonizzatori la propria rabbia per l’insicurezza vissuta nel quotidiano in tante aree, dove i jihadisti attaccano senza tregua i villaggi, nella speranza che i mercenari di Wagner (poi riportati sotto il controllo dello Stato russo, nell’attuale Africa Corps) si rivelassero più efficaci dei francesi. Loro erano stati dislocati nel Sahel con l’operazione Barkhane, esaurita nel 2022, quando sono stati sostanzialmente cacciati. Così non è stato.

Le critiche di Macron alla giunta

I jihadisti hanno continuato a imperversare e, anzi, a recuperare posizioni, mentre le truppe russe sono state accusate di atti di violenza contro i civili. Proprio domenica, il presidente Emmanuel Macron, a Nairobi, per il vertice franco-africano, ha sottolineato: “L’attualità mostra che la giunta militare in Mali non ha preso la decisione migliore imponendo di andarsene alle truppe francesi, che fino ad allora avevano combattuto i jihadisti”.

La situazione, intanto, negli ultimi giorni sembra precipitare. I jihadisti insidiano anche Gao, altra città importante del Nord-Est. E soprattutto intensificano le loro azioni nel Centro del Paese. Tra mercoledì e venerdì Jnim ha effettuato attacchi ripetuti contro i centri di Kouroude e Dougara, provocando, secondo diverse fonti, la morte di almeno 70 persone. Non solo: a partire dal 30 aprile, i jihadisti hanno instaurato un blocco stradale intorno a Bamako, per evitare le forniture alla città di carburanti e di beni di prima necessità. Diversi veicoli, destinati al trasporto di merci, sono stati incendiati, fino alle porte della capitale.

Bloccati gli accessi alla capitale: si aggrava la crisi umanitaria

Il primo maggio mezzi blindati di Africa Corps sono riusciti a scortare fino a Bamako oltre 800 camion cisterna. Ma la situazione resta incerta. Per cinque mesi, dal settembre 2025, i jihadisti avevano già bloccato gli accessi alla città, ma stavolta l’operazione appare più strutturata e organizzata. E se Jnim riuscisse davvero a mettere le mani su tutto il paese? Un elemento d’incertezza per loro riguarda l’attuale alleanza con il Fla. Gli indipendentisti tuareg si rifanno a una tradizione più laica, mentre i jihadisti di Jnim hanno sempre puntato all’applicazione della sharia in tutto il Mali. Già nel 2012 si erano alleati, per poi dividersi proprio a causa dei dissensi sulla concezione del paese futuro e della società. Ma Iyad Ag Ghali (il leader di Jnim, in realtà un tuareg del Nord, che a l ungo è stato capo della ribellione, prima di cadere nell’islam rigorista e nel girone jihadista) “starebbe guardando al modello del siriano Ahmed al-Sharaa e potrebbe diventare come lui un presidente liberatore, scegliendo la carta della conciliazione”, continua la politologa Niagalé Bagayoko. Sì, con tutte le ambiguità del caso, le stesse che si vivono oggi a Damasco, con un leader che viene dal jihadismo e che fa il moderato, ma non convince proprio tutti. Secondo Bagayoko, “Jnim potrebbe anche accettare di rinunciare all’affiliazione di Al Qaida”.

Quest’evoluzione andrebbe nel senso di un islam più tollerante, che è quello tradizionalmente dominante nel Mali. Siamo, comunque, nel campo delle supposizioni, non c’è niente di ufficiale. Ma potrebbe essere una strategia logica, in un Paese dove i jihadisti puri e duri (che nelle aree dove controllano tagliano le mani ai ladri e lapidano le donne ritenute indegne) fanno ancora paura al grosso della popolazione e non riscuotono un consenso generalizzato.

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