NEW YORK – Non era così che Trump sperava di presentarsi all’appuntamento di giovedì col rivale cinese Xi, tra la guerra in Iran ancora irrisolta e i tribunali che continuano a bocciare i suoi dazi. Al punto che, secondo il New York Times, Pechino pensa di avere il coltello dalla parte del manico ed è «pronta a dare battaglia».
La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly, presentando il viaggio, ha detto che la visita avrà «un tremendo significato simbolico». E anche pratico, perché «le relazioni sono state rifocalizzate su ciò che conta di più: la sicurezza e la prosperità degli americani». Trump parte oggi e arriva mercoledì sera. Appuntamenti chiave saranno il bilaterale giovedì e il pranzo di lavoro venerdì.
NEW YORK – Non era così che Trump sperava di presentarsi all’appuntamento di giovedì col rivale cinese Xi, tra la guerra in Iran ancora irrisolta e i tribunali che continuano a bocciare i suoi dazi. Al punto che, secondo il New York Times, Pechino pensa di avere il coltello dalla parte del manico ed è «pronta a dare battaglia».
La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly, presentando il viaggio, ha detto che la visita avrà «un tremendo significato simbolico». E anche pratico, perché «le relazioni sono state rifocalizzate su ciò che conta di più: la sicurezza e la prosperità degli americani». Trump parte oggi e arriva mercoledì sera. Appuntamenti chiave saranno il bilaterale giovedì e il pranzo di lavoro venerdì.
Trump ieri ha detto che «parleremo molto di energia e del bel Paese dell’Iran», dove farà pressioni su Xi affinché smetta di aiutarlo, comprando il suo petrolio e fornendo beni a doppio uso civile e militare. Washington pensa che Pechino possa essere la chiave per convincere Teheran ad accettare il suo piano di pace. Il presidente ha detto anche di aspettarsi che il collega «solleverà la questione di Taiwan, più di quanto lo farò io». I collaboratori del presidente però hanno assicurato che Washington non intende cambiare linea e abbandonare l’isola, anche se l’amministrazione ha rimandato la vendita a Taipei di armi per 14 miliardi di dollari. Sulle terre rare verrà discusso l’accordo raggiunto a Busan, che scade a ottobre, per valutare se rinnovarlo. Gli Usa poi sperano di aprire un negoziato per contenere il numero delle testate nucleari, in vista di un accordo a tre con la Russia, ma la Cina non vuole perché è indietro rispetto alle altre due potenze e prima vuole portare il suo arsenale al loro livello. Discorso simile sull’intelligenza artificiale, dove oltre alla competizione industriale, Washington vorrebbe aprire un dialogo sulla sicurezza, da estendere anche alla cybersecurity e gli attacchi digitali.
Sembra un’agenda ampia, ma il presidente del Council on Foreign Relations Michael Froman l’ha sminuita così: «È svanita ogni pretesa di risolvere le principali questioni strutturali che sono al centro della più importante relazione bilaterale del mondo: il modello economico mercantilista della Cina, i suoi piani di assorbimento di Taiwan e il suo sostegno attivo ad avversari degli Stati Uniti come l’Iran e la Russia, per non parlare di qualsiasi discussione sulla libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale. Di conseguenza, è improbabile che il vertice modifichi il carattere e il corso delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Si tratta di gestire la stabilità, non di risolvere le questioni irrisolte». Questo anche perché le difficoltà incontrate da Trump in Iran lo hanno indebolito, e le sentenze dei tribunali sui dazi gli hanno tolto una leva importante. Uno «scacco matto», come ha scritto su The Atlantic l’ex guru dei neocon Robert Kagan. «Nel frattempo - per Froman - lasciare irrisolta la maggior parte di tali questioni comporta il rischio che una o più di esse inneschino un conflitto futuro, che non potrà essere spazzato sotto il tappeto».