I pescatori dello Ionio sono abituati a trovare di tutto nelle insenature, ma quello che hanno scoperto giovedì è stato decisamente sorprendente: un drone marittimo Magura V5, l’arma con cui gli ucraini tormentano la flotta russa. Era nascosto nella parte interna dell’isola di Lefkada, più o meno di fronte a Skorpios, il paradiso privato di Aristotele Onassis dove furono celebrate le nozze con Jacqueline Kennedy. D’estate quei golfi sono affollati di motoscafi e barche a vela, nessuno poteva immaginare che fossero usate come rifugio di un barchino d’assalto pieno di tritolo.
Stando alle indiscrezioni, il Magura era pronto a colpire, con addirittura il motore acceso. Una fonte sostiene che si trovasse in una grotta, ma la circostanza appare improbabile: la caverna ostacolerebbe la ricezione delle trasmissioni satellitari usate per pilotarlo. Nella chiglia ci sarebbe stata una carica di 320 chili d’esplosivo con un triplo detonatore. E’ stato rimorchiato nel porto di Vasiliki e mes…
I pescatori dello Ionio sono abituati a trovare di tutto nelle insenature, ma quello che hanno scoperto giovedì è stato decisamente sorprendente: un drone marittimo Magura V5, l’arma con cui gli ucraini tormentano la flotta russa. Era nascosto nella parte interna dell’isola di Lefkada, più o meno di fronte a Skorpios, il paradiso privato di Aristotele Onassis dove furono celebrate le nozze con Jacqueline Kennedy. D’estate quei golfi sono affollati di motoscafi e barche a vela, nessuno poteva immaginare che fossero usate come rifugio di un barchino d’assalto pieno di tritolo.
Stando alle indiscrezioni, il Magura era pronto a colpire, con addirittura il motore acceso. Una fonte sostiene che si trovasse in una grotta, ma la circostanza appare improbabile: la caverna ostacolerebbe la ricezione delle trasmissioni satellitari usate per pilotarlo. Nella chiglia ci sarebbe stata una carica di 320 chili d’esplosivo con un triplo detonatore. E’ stato rimorchiato nel porto di Vasiliki e messo in sicurezza dagli artificieri della marina greca. Il ministro della Difesa ha dichiarato che “appartiene a un Paese straniero: sappiamo di cosa si tratta e cosa contiene”. Ora le indagini cercheranno di capire in quale maniera i servizi segreti di Kiev lo hanno fatto arrivare sin lì.
Il rinvenimento ha aperto uno squarcio sui misteriosi raid condotti dagli 007 ucraini nel cuore Mediterraneo: si sospettava che fossero lanciati da una nave madre o da una base sulle coste libiche. La realtà sembra diversa: i Magura verrebbero depositati in una posizione mimetizzata, poi di notte usando il comando satellitare prenderebbero il mare dirigendosi verso le prede: prima a circa quaranta chilometri orari per poi correre contro i bersagli a una velocità doppia. Il drone è lungo cinque metri e mezzo e viene governato attraverso due sistemi Starlink: si stima che possa navigare per oltre ottocento chilometri. Dispone pure di un visore per orientare i movimenti nella fase finale o nelle manovre più delicate. Resta l’interrogativo sull’obiettivo dell’incursore. Un’ipotesi è che fosse destinato ad aggredire la squadra di navi russe entrata nel Mediterraneo il 29 aprile: il mercantile Sparta, in genere utilizzato per trasferire armamenti; la petroliera General Skobelev; l’unità d’appoggio Akademik Pashin scortati dalla fregata Ammiraglio Kasatonov con cannoni e missili d’ogni tipo. Il piccolo convoglio ha attraversato il Canale di Sicilia il 3 maggio e poi ha raggiunto il porto siriano di Tartus, dove Mosca sta rivitalizzando la storica base navale. Per la prima volta, la formazione russa non si è limitata a spegnere i trasmettitori di posizione: ha anche attivato un sistema di spoofing dei segnali gps che faceva apparire le navi in altri mari. Risultavano in movimento a largo dell’Estonia mentre in realtà si trovavano a sud della Grecia. E’ stato questo trucco a vanificare l’imboscata del drone ucraino? Non si può escludere che invece stesse aspettando una petroliera della “flotta ombra” diretta verso il Montenegro o un altro scalo dell’Adriatico: Lefvakada è di fronte alle rotte del Canale di Otranto.
Finora ci sono state due missioni accertate dei droni ucraini nel Mediterraneo. Lo scorso 3 marzo la nave gasiera Arctic Metagaz è stata sventrata da un Magura tra Malta e la Libia. E’ scoppiato un incendio e l’equipaggio ha abbandonato il bastimento, che è andato alla deriva per settimane. Si è rischiato un disastro ambientale: a bordo ci sono mille 500 tonnellate di carburante e 61 mila tonnellate di gas liquido. E’ stata rimorchiata a poche miglia da Bengasi, dove dopo numerosi tentativi la guardia costiera libica è riuscita ad ancorarla ma le cisterne non sono state svuotate. Il 18 dicembre è toccato alla petroliera Qendil, presa di mira da alcuni velivoli teleguidati mentre si trovava tra Malta e Creta. In questo caso l’intelligence ucraina Sbu ha diffuso un video dell’assalto e fatto sapere che la Qendil contrabbandava greggio per conto del Cremlino. Nel caso della Arctic Metagaz è stato ipotizzato che gli ucraini avessero costruito una centrale di guida sul litorale libico. La scoperta di Lefvakada mette in discussione questa tesi: il drone potrebbe essere partito dalla stessa zona. Di sicuro però una nave lo deve avere portato fino all’isola dello Ionio: forse un battello diverso da quello che poi dirige gli assalti esplosivi. Da oltre due anni i sabotatori ucraini portano avanti la loro guerra parallela nel Mediterraneo occidentale, senza mai venire individuati. I colpi più clamorosi sono avvenuti alla vigilia di Natale 2024, con l’affondamento della Ursa Major colata a picco nei pressi della Spagna dopo due esplosioni sulla fiancata: due marinai sono morti. Il mercantile era stato noleggiato dal ministero della Difesa di Mosca: si ritiene che trasportasse componenti per la costruzione di un rompighiaccio a propulsione nucleare ma si è parlato pure di materiali top secret per la Corea del Nord. Poi nella notte del 14 febbraio 2025 due cariche sono scoppiate sulla carena della petroliera SeaJewel all’ancora nel porto di Vado Ligure: si è aperto uno squarcio sulla fiancata, ma il doppio scafo ha impedito che 60 mila tonnellate di carburante si riversassero sulle spiagge del Ponente.