Trump vola a Pechino da Xi: “Siamo amici, andrà bene”. Ma studia l’attacco all’Iran
dal nostro inviato Paolo MastrolilliPECHINO – Le opzioni militari sono sul tavolo. Trump le ha discusse con il Consiglio per la sicurezza nazionale prima di partire per la Cina e secondo la Cnn pende per rilanciare gli attacchi, con azioni dimostrative pesanti che secondo lui potrebbero convincere l’Iran ad accettare le sue condizioni per mettere fine alla guerra. La decisione però non dovrebbe arrivare prima del suo appuntamento di giovedì con il rivale cinese Xi («Con lui avrò una lunga conversazione sull’Iran»), perché potrebbe rappresentare una chiave per piegare la resistenza degli ayatollah, magari in cambio di concessioni su Taiwan. Lo ha chiarito lo stesso presidente: «L’incontro andrà bene. La Cina è forte, ma noi siamo più forti. Siamo più forti di qualsiasi altro Paese militarmente». Teheran lo ha capito e preme su Pechino affinché giochi la partita opposta, usando la sua influenza per spingere il capo della Casa Bianca ad accettare un compromesso che tutti possano rivendicare come un successo.
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PECHINO – Le opzioni militari sono sul tavolo. Trump le ha discusse con il Consiglio per la sicurezza nazionale prima di partire per la Cina e secondo la Cnn pende per rilanciare gli attacchi, con azioni dimostrative pesanti che secondo lui potrebbero convincere l’Iran ad accettare le sue condizioni per mettere fine alla guerra. La decisione però non dovrebbe arrivare prima del suo appuntamento di giovedì con il rivale cinese Xi («Con lui avrò una lunga conversazione sull’Iran»), perché potrebbe rappresentare una chiave per piegare la resistenza degli ayatollah, magari in cambio di concessioni su Taiwan. Lo ha chiarito lo stesso presidente: «L’incontro andrà bene. La Cina è forte, ma noi siamo più forti. Siamo più forti di qualsiasi altro Paese militarmente». Teheran lo ha capito e preme su Pechino affinché giochi la partita opposta, usando la sua influenza per spingere il capo della Casa Bianca ad accettare un compromesso che tutti possano rivendicare come un successo.
Trump ha detto che «con Xi siamo amici, entro fine anno verrà a Washington, l’incontro a Pechino andrà bene ma non abbiamo bisogno di aiuto sull’Iran». Quanto a Teheran, ha aggiunto prima di decollare per la Cina, «non abbiamo ancora definito le linee rosse, ci penseremo durante il volo». Ma si dice certo che «l’Iran «smetterà al 100%» di arricchire l’uranio e cercare di sviluppare una bomba atomica. «Ho parlato con loro, mi hanno detto che avremo la polvere nucleare e la otterremo. Non ho fretta. È solo questione di tempo».
Trump però potrebbe stancarsi della diplomazia e potrebbe ordinare di colpire il 25% di obiettivi finora risparmiati, magari allargandoli alle infrastrutture civili come quelle per l’energia elettrica. Tanto che secondo la Nbc il Pentagono starebbe valutando di cambiare il nome della campagna da Epic Fury a Operation Sledgehammer - “Operazione Martello” - in modo da aggirare l’obbligo di far votare al Congresso la ripresa della guerra. Un’opzione discussa anche dal premier israeliano Netanyahu è quella di lanciare raid mirati per sequestrare i circa 400 chili di uranio arricchito ancora nelle mani della Repubblica islamica, nascosti nei sotterranei del sito nucleare di Isfahan. Sarebbe la strada più pericolosa, ma anche quella più efficace, perché priverebbe il regime della sua arma principale, raggiungendo così l’obiettivo dichiarato fin dal principio per giustificare la guerra. L’urgenza per il presidente di trovare una soluzione al conflitto è stata confermata ieri dal dato sull’inflazione, con il consumer price index salito al 3,8%, il livello più alto dal maggio 2023. Una tendenza minacciosa per i repubblicani in vista delle elezioni midterm di novembre.
Qui entra in gioco la Cina, che potrebbe risultare decisiva. La visita era stata pensata per altre ragioni, a partire dalla necessità di prolungare la tregua commerciale, aumentare gli scambi e gli investimenti con il Board of Trade, garantire le forniture di terre rare. L’Iran però è diventato il tema centrale, perché è il principale fornitore di energia alla Repubblica popolare, e il capo della Casa Bianca spera che la necessità per Xi di tenere aperti i rubinetti del petrolio lo convinca a premere sugli ayatollah allo scopo di fermare la guerra alle sue condizioni. Lo scambio potrebbe avvenire su Taiwan, dove Pechino chiede a Washington di bloccare le forniture militari e affermare di non essere favorevole all’indipendenza dell’isola. Se a Pechino il tycoon, che non sarà ricevuto con gli stessi onori del 2017, non si presenterà con la first lady Melania, al suo fianco avrà il segretario alla Guerra Hegseth. Che oggi ha detto: «Sulle armi deciderà il presidente».
È possibile però che la Cina scelga invece di sfruttare il momento difficile di Trump per complicare la situazione. Ciò includerebbe la prosecuzione delle forniture di beni a doppio uso e aiuti non solo economici. Su questo punta Teheran in una partita che si giocherà in Cina nelle prossime 48 ore.