Esteri

Una nave cinese supera Hormuz, la Cia: “L’Iran controlla lo Stretto”

Una nave cinese supera Hormuz, la Cia: “L’Iran controlla lo Stretto”

La petroliera passa nel giorno del vertice. Per l’intelligence Usa Teheran ha ripristinato l’accesso a 30 dei 33 siti missilistici lungo la costa

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

2 minuti di lettura

Due messaggi non scritti viaggiano a bordo della petroliera cinese Yuan Hua Hu, che ha attraversato lo stretto di Hormuz nelle stesse ore in cui Trump atterrava a Pechino, con in pancia due milioni di barili di greggio: la guerra americana all’Iran non è un conflitto regionale, ma un tassello della competizione strategica tra Washington e la Repubblica popolare; il canale è sotto il controllo dei Pasdaran, nonostante il blocco dei porti iraniani.

La nave si era fermata all’inizio della guerra nel porto iraniano di Asaluyeh, il 28 febbraio, ed è rimasta attiva nel Golfo per tutta la durata del conflitto: agli inizi di marzo i sistemi radar la rilevavano negli Emirati, ma finora non aveva mai superato lo stretto. L’ha fatto ieri, arrivando nel mare d’Oman e ancorandosi vicino alla zona in cui la Marina statunitense ha istituito il blocco navale contro le navi iraniane. È la terza petroliera cinese che passa lo stretto dall’inizio del conflitto, dimostrando quanto la Cina resti dipendente delle importazioni petrolifere dal Golfo e legata alla tenuta del sistema di governo in Iran. Trump ostenta sicurezza, dice che non ha bisogno dell’aiuto di Xi per chiudere la guerra, ma diversi analisti scommettono che cercherà di fare pressioni su Pechino perché influenzi le scelte iraniane sulla riapertura di Hormuz e il possibile accordo nucleare.

Ieri il dipartimento di Stato ha fatto circolare una notizia: il segretario di Stato Marco Rubio e il suo omologo cinese avrebbero «concordato, nel corso di una conversazione telefonica avvenuta ad aprile, di non permettere ad alcun Paese di imporre pedaggi per il transito attraverso lo stretto di Hormuz», ma non trova conferma dal lato cinese. Finora Pechino non ha espresso, pubblicamente, la sua contrarietà a eventuali costi di servizio su Hormuz. Ha invece denunciato la guerra «illegale» americana, continuando a fornire assistenza dual use (per scopo civile e militare) a Teheran e rifornimenti di ogni genere potenziando gli scambi commerciali via ferrovie e ha vietato alle sue imprese sanzionati dagli Stati Uniti per i traffici con la Repubblica islamica di rispettare l’embargo americano.

Gli iraniani ribadiscono che Hormuz è sotto il loro controllo e non molleranno la presa. La commissione sicurezza del Parlamento ha preparato un nuovo piano di gestione dello Stretto, da cui l’Iran ha già cominciato a incassare i primi denari lo scorso 23 aprile. «Il nostro controllo di Hormuz genererà significative entrate economiche per il nostro Paese, potenzialmente raddoppiando anche i nostri introiti petroliferi, e rafforzerà la nostra influenza sulla scena internazionale», ha dichiarato Mohammad Akraminia, portavoce delle forze armate, citato dall’agenzia Isna. L’Iran ha bisogno di soldi per la ricostruzione: se non li avrà dalla rimozione delle sanzioni e dalle riparazioni di guerra, come chiede, cercherà di rifarsi con Hormuz, rischiando però di entrare in rotta di collisione con i vicini del Golfo, con gli europei, con i paesi dell’Asia che dipendono dalle forniture che passano dallo stretto.

Gli iraniani hanno le capacità per sostenere un nuovo conflitto nel Golfo, come scrive il New York Times citando un rapporto della Cia: hanno ripristinato l’accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo stretto, nonostante Trump continui a dire di aver “obliterato” le capacità militare della Repubblica islamica.

I commenti dei lettori