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No Kings, ma un solo boss: Springsteen canta lo sgomento dell’America

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Da Minneapolis a Brooklyn, uno spettacolo politico che mette insieme la bandiera a stelle e strisce e l’ira contro il presidente
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Il popolo americano che non vuole re riconosce un solo boss: Bruce Springsteen. E gli s’inchina, a migliaia per sera, in questo viaggio partito da Minneapolis e arrivato a Brooklyn, dove nacque sua madre, che gli insegnò a ballare, per quanto difficili fossero i tempi. Lui lo fa e lo fa fare, proprio perché ha imparato quella lezione, opponendo allo sfacelo improvvisato della politica-spettacolo la rappresentazione rigorosa di uno spettacolo politico.

È perfino inevitabile che nel Paese retto da un gerontocrate bianco con i capelli tinti la fiaccola dell’opposizione finisca in mano a un rocker di 76 anni, altrettanto bianco e qua e là ritoccato. Che il pubblico abbia un’età media che gli consenta di aver liquidato il Vietnam nell’infanzia, assistito all’11 settembre nella maturità e di non voler morire trumpiano.

Il treno che attraversa «la terra della speranza e dei sogni» continua a trasportare peccatori e santi, vincitori e vinti, ma nel bagagliaio si aggiungono protesi e dentiere,…

Il popolo americano che non vuole re riconosce un solo boss: Bruce Springsteen. E gli s’inchina, a migliaia per sera, in questo viaggio partito da Minneapolis e arrivato a Brooklyn, dove nacque sua madre, che gli insegnò a ballare, per quanto difficili fossero i tempi. Lui lo fa e lo fa fare, proprio perché ha imparato quella lezione, opponendo allo sfacelo improvvisato della politica-spettacolo la rappresentazione rigorosa di uno spettacolo politico.

È perfino inevitabile che nel Paese retto da un gerontocrate bianco con i capelli tinti la fiaccola dell’opposizione finisca in mano a un rocker di 76 anni, altrettanto bianco e qua e là ritoccato. Che il pubblico abbia un’età media che gli consenta di aver liquidato il Vietnam nell’infanzia, assistito all’11 settembre nella maturità e di non voler morire trumpiano.

Il treno che attraversa «la terra della speranza e dei sogni» continua a trasportare peccatori e santi, vincitori e vinti, ma nel bagagliaio si aggiungono protesi e dentiere, illusioni spezzate e incubi inattesi, una chitarra con i colori dell’Ucraina e un’altra con la falce e martello su un adesivo rosso. Si ripescano, dal doppio fondo impolverato dove stavano cose date per scontate, la Costituzione e la bandiera. Si torna indietro, a una stazione che si pensava di essersi lasciati alle spalle per sempre. Il Boss è emerso quando alla Casa Bianca c’era Gerald Ford, ha ricevuto per equivoco l’omaggio di Ronald Reagan («Il futuro dell’America risiede nei mille sogni dentro i vostri cuori e nel messaggio di speranza contenuto nelle canzoni di Bruce Springsteen»), ha cantato all’inaugurazione di Barack Obama e ora se la vede con Donald Trump, «un razzista, guerrafondaio e anti-democratico».

Là fuori c’è qualche isolato aspirante regicida, ma non si vede un avversario capace di incarnare il sentimento da cui è scaturito un movimento per ora immobile. Tocca allo spettacolo fare società: a George Clooney pensionare Biden, a Robert De Niro e Don Winslow attaccare Trump. Nessuno come Springsteen lo fa in nome e per conto dell’America, quella che lascia case con i mutui di Damocle, sale su auto-squali arrugginiti, investe nel biglietto il lavoro di una settimana per venire sotto il palco a urlare con lui:«“Ce la faremo! Ne usciremo!».

Intendiamoci: è uno show ed è costruito a regola d’arte. Lo ammise nel libro-intervista di David Remnick, direttore del New Yorker: «E’ tutto teatro. Io sono un performer. Ti sussurro all’orecchio e tu ti ritrovi a sognare i miei sogni». Questo non significa che non sia credibile, non sia autentico. Lo è molto di più quando abbraccia la causa dei diritti e della libertà di quando si spende in rivendicazioni socio-economiche. Come lui stesso ammise durante le serate-confessioni a Broadway: «Ho guadagnato montagne di soldi raccontando di lavori che non ho fatto nemmeno per un giorno». Dal palco ha già in passato tenuto discorsi contro le detenzioni illegali, la limitazione del diritto di voto, gli abusi nei confronti degli immigrati. Ha scritto canzoni sull’Aids, le violenze domestiche, le guerre insensate. Non aveva mai riunito tutto questo ed esclusivamente questo in tre ore di concerto strutturate in modo da non mollare mai la presa.

Apre con una sirena di allarme per la situazione in cui versa il Paese e chiede di unirsi scegliendo «la speranza invece della paura, la democrazia al posto dell’autoritarismo, il diritto sull’illegalità, l’etica sulla corruzione, la resistenza invece dell’indifferenza, l’unità e non la divisione, la pace, non la guerra». Parte con “War”, di Edwin Starr, urlando il ritornello: «A che cosa serve? Assolutamente a nulla!».

La scaletta è una serie di gradini calpestati su un tappeto di percussioni per arrivare alle strade di Minneapolis, dove si ferma, per ricordare «lo spirito della città che ha dato esempio e non si è fatta domare» e dedicarle l’istant song “Streets of Minneapolis”, concludendola con l’apparizione dei volti di Alex Pretti e Renee Good, le vittime da non dimenticare, riproponendo l’ultima frase di lei, mentre abbassava il finestrino, all’agente che la ucciderà: «Non ce l’ho con te». Non ce l’ha neppure Springsteen con quell’altra America, quella che voleva «tornare grande», ma soltanto con il suo, diverso, boss che si arricchisce mentre chi gli ha creduto s’impoverisce. Saluta i militari impegnati anche in operazioni che non condivide; non brucia le stelle e strisce, le proietta sul maxi-schermo. Prova a tenere insieme valori che si stanno separando perché «non è più ammesso il dibattito sul quale siamo stati fondati». C’è perfino smarrimento nei suoi occhi mentre racconta quel che «sta succedendo ora». Lo sguardo si perde, superando i confini dell’incredulità prevista dal copione. Sta succedendo davvero, mentre il presidente è volato in Cina e i droni sull’Iran.

Springsteen è un miliardario con una popolarità che durerà per un paio di generazioni, non aveva bisogno di un altro tour, altri bagni di folla, poteva starsene in una delle sue ville, continuando a cercare un’altra musica nella sua musica, accarezzando il senso della fine, ma ha avvertito un’urgenza e tenta di trasmetterla a questa gente che balla, s’indigna a comando, poi torna a casa lasciando nell’enorme arena vuota l’eco di una domanda: vincerà l’indifferenza o la resistenza?

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