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Teheran apre a Pechino: “Può aiutare il dialogo, degli Usa non ci fidiamo”

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Il ministro degli Esteri Araghchi non chiude la porta alle trattative, ma i pasdaran si preparano alla ripresa della guerra
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Abbas Araghchi l’ha imparato in venti anni di trattative con l’Occidente: l’alternativa al negoziato è la guerra e dunque è imperativo tenere aperta la porta della diplomazia, o almeno dichiarare di farlo, fino a quando gli eventi sul terreno non sanciscono il contrario. Così ieri, parlando ai suoi colleghi dei Brics, l’alleanza dei Paesi non-allineati — Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica — ha provato a rianimare un dialogo più morto che vivo, raccontando che gli americani hanno chiesto a Teheran di «proseguire l’interazione», che «il processo di mediazione condotto dal Pakistan non è ancora fallito», che la Cina, e in parte anche la Russia, possono dare una mano a trovare un accordo. Pechino facendosi garante di un cessate il fuoco duraturo su tutti i fronti e insieme a Mosca magari anche di un ruolo nella gestione dell’uranio già arricchito. Ma ha dovuto ammettere che su questa questione, dirimente, le parti si trovano in una situazione di «stallo», che potranno forse arrivare a di…

Abbas Araghchi l’ha imparato in venti anni di trattative con l’Occidente: l’alternativa al negoziato è la guerra e dunque è imperativo tenere aperta la porta della diplomazia, o almeno dichiarare di farlo, fino a quando gli eventi sul terreno non sanciscono il contrario. Così ieri, parlando ai suoi colleghi dei Brics, l’alleanza dei Paesi non-allineati — Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica — ha provato a rianimare un dialogo più morto che vivo, raccontando che gli americani hanno chiesto a Teheran di «proseguire l’interazione», che «il processo di mediazione condotto dal Pakistan non è ancora fallito», che la Cina, e in parte anche la Russia, possono dare una mano a trovare un accordo. Pechino facendosi garante di un cessate il fuoco duraturo su tutti i fronti e insieme a Mosca magari anche di un ruolo nella gestione dell’uranio già arricchito. Ma ha dovuto ammettere che su questa questione, dirimente, le parti si trovano in una situazione di «stallo», che potranno forse arrivare a discuterne in un «momento successivo», ma che di fatto tutto il processo «negoziale» è in una «fase molto difficile» per il «comportamento degli americani e la sfiducia che esiste tra noi». In altre parole, le posizioni di Washington e Teheran restano molto distanti e non ci sono gli elementi minimi per un’intesa.

Trump vorrebbe che la Repubblica islamica sospendesse l’arricchimento dell’uranio per 20 anni e che dopo non avesse i mezzi per tornare ad arricchire a livelli di guardia. La Repubblica islamica si rifiuta di bloccare l’arricchimento per un tempo così lungo e di smantellare gli impianti chiave del suo programma nucleare. Trump, inoltre, vuole che l’uranio già arricchito venga portato fuori dal Paese, gli iraniani non vogliono nemmeno sentirne parlare se prima non verranno soddisfatte le loro pre-condizioni: via le sanzioni, restituzione dei beni iraniani congelati, fine della guerra con garanzie internazionali, sovranità sullo stretto di Hormuz.

La Repubblica islamica ha osservato con attenzione il vertice di Pechino, divisa tra la certezza che l’alleato cinese ha troppi interessi in gioco per darla vinta a Trump nel Golfo e il timore di essere scaricata per uno scambio di interessi superiore, quello con Taiwan. A Teheran si ragiona su due scenari. Il primo ha al centro proprio Pechino, che potrebbe giocare un ruolo importante nel chiudere il conflitto favorendo un accordo che «garantisca i diritti dell’Iran, con la rimozione delle sanzioni e dia a Trump alcune concessioni sul nucleare, limitate temporalmente, e la riapertura di Hormuz», dice una fonte di Teheran a conoscenza delle discussioni all’interno dell’apparato. Sullo stretto la posizione degli iraniani muta a seconda degli interlocutori: è aperto» dice Araghchi, ma solo «ai paesi amici», e infatti negli ultimi giorni sono passate numerose navi cinesi.

Il secondo scenario è quello che rischia di guadagnare più forza in mancanza di un mediatore che abbia forza sufficiente da imporre alle parti dei compromessi, la ripresa del conflitto. «Israele spinge in quella direzione anche perché vuole le mani libere in Libano», dice la fonte. Se ciò accadesse, i pasdaran sono pronti a colpire le basi statunitensi e israeliane e ancora le centrali elettriche nel Golfo. Lo stretto di Hormuz resterebbe chiuso con l’incognita del Mar Rosso: finora, gli alleati yemeniti dell’Iran, gli houthi, non sono intervenuti nel conflitto, ma in una situazione di rischio “esistenziale” per la Repubblica islamica potrebbero essere indotti a farlo.

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