Trump compiace la Cina: “No a Taiwan indipendente, non voglio inviare soldati”
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO – Arrivederci, arrivederci, un caloroso arrivederci, cantano i ragazzini all’aeroporto mentre Donald Trump si imbarca sull’Air Force One che lo riporterà a Washington. Il presidente statunitense è tornato a casa dopo un vertice a Pechino pieno di sfarzo, promesse di stabilità, ma che ha offerto ben poco in termini di progressi concreti sulle questioni geopolitiche più calde come la guerra in Iran e ha prodotto ancora più ambiguità su Taiwan: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza. Ma non è cambiato nulla» nella politica degli Stati Uniti verso l’isola, ha detto Trump, anche se poi ha ammesso di non aver ancora deciso se procedere con un’importante vendita di armi a Taipei.
«Trump comprende la posizione della Cina», si è rallegrato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. «Durante l’incontro abbiamo avuto la sensazione che la parte statunitense, come la comunità internazionale, non sostenga né accetti l’indipendenza di Taiwan».
«Xi è diventato davvero un amico» e la p…
PECHINO – Arrivederci, arrivederci, un caloroso arrivederci, cantano i ragazzini all’aeroporto mentre Donald Trump si imbarca sull’Air Force One che lo riporterà a Washington. Il presidente statunitense è tornato a casa dopo un vertice a Pechino pieno di sfarzo, promesse di stabilità, ma che ha offerto ben poco in termini di progressi concreti sulle questioni geopolitiche più calde come la guerra in Iran e ha prodotto ancora più ambiguità su Taiwan: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza. Ma non è cambiato nulla» nella politica degli Stati Uniti verso l’isola, ha detto Trump, anche se poi ha ammesso di non aver ancora deciso se procedere con un’importante vendita di armi a Taipei.
«Trump comprende la posizione della Cina», si è rallegrato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. «Durante l’incontro abbiamo avuto la sensazione che la parte statunitense, come la comunità internazionale, non sostenga né accetti l’indipendenza di Taiwan».
«Xi è diventato davvero un amico» e la pensiamo allo stesso modo sulla guerra in Iran, sostiene Trump. «Non vogliamo che l’Iran abbia armi nucleari. Vogliamo che lo Stretto di Hormuz sia aperto», ha detto mentre passeggiava col leader cinese nei giardini di Zhongnanhai, cuore del potere comunista accanto alla Città Proibita. «Vogliamo che l’Iran metta fine a questa situazione perché lì è una follia».
Pure Pechino ha ribadito che Hormuz deve essere riaperto e che bisogna arrivare a un cessate il fuoco duraturo. Ma «questo conflitto non sarebbe mai dovuto scoppiare», ha ammonito il Ministero degli Esteri, lanciando una stoccata all’America. «La guerra ha messo a dura prova la crescita globale, le catene di approvvigionamento. Il dialogo è la strada giusta da seguire, non la forza. Si deve raggiungere un accordo che tenga conto delle preoccupazioni di tutte le parti». Trump dice che per un accordo sul nucleare uno stop di vent’anni dell’arricchimento potrebbe bastare, purché ci siano garanzie «reali». Ma poi avverte che la sua pazienza si sta esaurendo e che gli Stati Uniti potrebbero intervenire di nuovo per fare «un po’ di pulizia».
Il presidente Usa sperava in un aiuto da parte di Xi (starebbe in cambio valutando di allentare le sanzioni nei confronti delle compagnie petrolifere cinesi che acquistano greggio iraniano). «La Cina si è impegnata a fondo per promuovere i colloqui di pace e continuerà a svolgere il proprio ruolo», si è limitato a dire Wang Yi. «Non ho chiesto alla Cina nessun favore», dirà poi nel corso della giornata Trump. Traduzione: ha capito che Xi non ha intenzione di mostrarsi subordinato alle richieste americane.
Sulla questione taiwanese, i commenti di Trump di ieri non hanno fatto altro che alimentare l’incertezza. «Non è cambiato nulla. Dirò solo questo: non voglio che qualcuno diventi indipendente. Dovremmo percorrere 15mila chilometri per combattere una guerra. Non è quello che voglio. Voglio che si calmino. Voglio che la Cina si calmi», ha detto in un’intervista a Fox. Sul pacchetto di armi Usa a Taipei da 14 miliardi di dollari che non è ancora stato approvato, l’americano ha detto: «Potrei farlo. Potrei non farlo». «Non stiamo cercando di scatenare guerre. Se si mantenesse la situazione così com’è, penso che la Cina accetterebbe la cosa. Ma non vogliamo che qualcuno dica: “Diventiamo indipendenti perché gli Stati Uniti ci sostengono”».
Stabilità nelle relazioni con l’America, questo vogliono i cinesi. La strategia di Xi prima di questo vertice era quella di prendere tempo, studiare più da vicino l’americano, e poi mettere delle basi - elaborando una nuova visione, quella della “stabilità strategica costruttiva”, nuovo concetto annunciato giovedì dal leader. Xi e Trump nel corso di questo 2026 si incontreranno altre tre volte: Pechino guarda già ai futuri negoziati. I prossimi mesi ci diranno se questa stabilità potrà reggere. Appuntamento allora al 24 settembre, quando Xi volerà in America. Ma intanto mercoledì arriva qui nella capitale cinese Vladimir Putin.