✕

Kupchan: “Su Iran e Taiwan una partita a scacchi tra Trump e Xi”

Ascolta l'audio

Intervista al politologo americano: “Il conflitto è impopolare, dubito che la Casa Bianca torni a una guerra su larga scala, ci saranno schermaglie”
2 minuti di lettura

«Andare in Cina è stata una mossa audace da parte di Trump. Un tentativo di riequilibrare un rapporto difficile, contrapposto alla linea ben più interventista degli Stati Uniti. Figura di rottura, che non ascolta l’establishment, il presidente può forse avere credito da Xi proprio per questo». Charles Kupchan è il politologo della Georgetown University di Washington, pilastro del Council on Foreign Relations, già consigliere di Barack Obama per la politica estera.

Il vertice ha forse rilanciato il dialogo: ma le fratture restano.

«Tentare di allentare le tensioni era la cosa giusta da fare. I due Paesi sono da tempo sulla rotta di collisione e questo rende il mondo più insicuro. Ancora non sappiamo come andrà: è vero che per ora non si è ot…

«Andare in Cina è stata una mossa audace da parte di Trump. Un tentativo di riequilibrare un rapporto difficile, contrapposto alla linea ben più interventista degli Stati Uniti. Figura di rottura, che non ascolta l’establishment, il presidente può forse avere credito da Xi proprio per questo». Charles Kupchan è il politologo della Georgetown University di Washington, pilastro del Council on Foreign Relations, già consigliere di Barack Obama per la politica estera.

Il vertice ha forse rilanciato il dialogo: ma le fratture restano.

«Tentare di allentare le tensioni era la cosa giusta da fare. I due Paesi sono da tempo sulla rotta di collisione e questo rende il mondo più insicuro. Ancora non sappiamo come andrà: è vero che per ora non si è ottenuto nulla di concreto. Trump ha però fatto la prima mossa di una complessa partita a scacchi, sondando il terreno e facendo capire, anche con dichiarazioni pubbliche, che vuole una relazione più positiva. Dobbiamo vedere come reagirà Xi. E anche la stessa squadra del presidente. Perché quel che ha fatto è in contrasto con la posizione prevalente al Congresso, più intransigente verso la Cina».

Trump ha sospeso la vendita di un pacchetto d’armi a Taiwan e ribadito che non vuole l’indipendenza dell’isola. Certo, è la postura americana, ma sentirlo proclamato ora non la preoccupa?

«Non credo che Trump stia abbandonando Taiwan. Vuol dare respiro alla trattativa. Sospendendo la vendita di armi, manda un segnale preciso: “Vogliamo fare affari con voi e migliorare le relazioni”. Aspetta di vedere come evolveranno i rapporti con Pechino. Deciderà su quelle armi in base a come evolvono le cose. E comunque non si è spinto poi così lontano: prima della partenza il timore era che passasse dal dire “non sosteniamo l’indipendenza” a “ci opponiamo all’indipendenza” di Taiwan. A quello non è arrivato».

Alcuni analisti già fanno il paragone con l’Ucraina...

«Trump vuol migliorare le relazioni con la Cina, così come con la Russia, a prescindere dal tipo di governo che hanno quei paesi. E il conflitto in Ucraina, così come lo stallo con Taiwan, sono un impedimento. Per ora non si è spinto con Taipei così in là come con Kiev. Ma le due situazioni sono differenti: Trump ritiene l’Ucraina un problema europeo: vuole che siano gli alleati a fare di più».

Anche sull’Iran, non ha ottenuto granché da Pechino.

«I cinesi hanno una visione ambivalente di questa guerra. Non ne sono scontenti: indebolisce Trump, prosciuga le risorse belliche statunitensi, peggiora le relazioni transatlantiche e i rapporti con molti leader europei, Papa compreso, e distrae gli Usa, impegnati in Medio Oriente anziché nell’Indo-Pacifico. D’altro canto, la Cina dipende molto dal petrolio iraniano e la guerra impatta anche i suoi affari, a causa della potenziale recessione globale».

Dunque?

«Hanno sentimenti contrastanti su cosa fare. Ritengono che gli Stati Uniti li abbiano maltrattati con le loro politiche di contenimento. È per questo che ho un’idea positiva del viaggio di Trump. Cercare di migliorare la relazione, significa tentare di riequilibrare diverse situazioni nel mondo. Ma i cinesi sono spiazzati, non si fidano. Per questo dobbiamo aspettare di vedere cosa accadrà nelle prossime settimane».

Intanto Trump ha convocato il suo gabinetto: potrebbe decidere di riprendere la guerra.

«Gli iraniani non scenderanno a compromessi sulle questioni che rappresentano linee rosse per Trump. E la loro ultima offerta lo ha fatto infuriare. Di sicuro si sta innervosendo. Ma dubito che torni a una guerra su larga scala: al massimo avremo schermaglie, bombardamenti brevi e specifici».

Cosa glielo fa credere?

«La guerra è impopolare ovunque e pure la base del presidente è contraria, tanto che il gradimento del presidente è giù al 36 per cento. Intanto, il prezzo della benzina continua a salire e il costo di beni essenziali aumenta. Trump vuol porre presto fine a tutto questo: e in maniera indolore per gli americani. Ormai è convinto che è meglio strangolare economicamente Teheran. Aspetterà di vedere se l’Iran sarà più disposto a compromessi man mano che la sua economia declina».

Leggi i commenti