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“Entro i prossimi 5 anni attacco cinese a Taiwan”

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L’allarme di alcuni consiglieri della Casa Bianca al rientro da Pechino rilanciato da Axios, mette a nudo le debolezze della strategia del tycoon
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NEW YORK – La Cina punta a prendersi Taiwan nel giro di cinque anni. Il vero risultato della visita di Trump a Pechino, infatti, è stato convincere Xi Jinping che ha via libera per conquistare l’isola. Questo è quanto alcuni consiglieri del presidente hanno riferito al sito Axios.

È un chiaro segnale che non tutti nell’amministrazione condividono la strategia conciliante della Casa Bianca verso Pechino, ancora ritenuta il principale rivale geopolitico degli Usa per la futura supremazia globale. Per non parlare poi della competizione tecnologica sull’intelligenza artificiale e il disorientamento della base Maga, sedotta con la promessa elettorale di riportare in patria la produzione industriale e ora abbandonata sull’altare di una non meglio precisata collaborazione economica col principale responsabile dei disastri della globalizzazione.

La National Defense Strategy pubblicata nel 2018 dalla prima amministrazione Trump recitava: «La sfida centrale alla prosperità e alla sicurezza degl…

NEW YORK – La Cina punta a prendersi Taiwan nel giro di cinque anni. Il vero risultato della visita di Trump a Pechino, infatti, è stato convincere Xi Jinping che ha via libera per conquistare l’isola. Questo è quanto alcuni consiglieri del presidente hanno riferito al sito Axios.

È un chiaro segnale che non tutti nell’amministrazione condividono la strategia conciliante della Casa Bianca verso Pechino, ancora ritenuta il principale rivale geopolitico degli Usa per la futura supremazia globale. Per non parlare poi della competizione tecnologica sull’intelligenza artificiale e il disorientamento della base Maga, sedotta con la promessa elettorale di riportare in patria la produzione industriale e ora abbandonata sull’altare di una non meglio precisata collaborazione economica col principale responsabile dei disastri della globalizzazione.

La National Defense Strategy pubblicata nel 2018 dalla prima amministrazione Trump recitava: «La sfida centrale alla prosperità e alla sicurezza degli Stati Uniti è il riemergere di una competizione strategica di lungo periodo da parte delle potenze revisioniste. È sempre più evidente che la Cina e la Russia intendono plasmare un mondo coerente con il proprio modello autoritario, acquisendo un potere di veto sulle decisioni economiche, diplomatiche e di sicurezza delle altre nazioni». Poi Washington aveva aggiunto: «La Cina è un concorrente strategico che ricorre a un’economia predatoria per intimidire i propri vicini, mentre militarizza il Mar Cinese Meridionale». Questa è ancora la convinzione di importanti protagonisti della seconda amministrazione Trump, come il direttore politico del Pentagono Elbridge Colby, ma sotto sotto anche il segretario di Stato Rubio.

Allora, come siamo passati dall’allarme per uno scontro ritenuto inevitabile ai sorrisi e le rose nei giardini di Zhongnanhai, sommati alla minaccia di bloccare le forniture militare a Taiwan e l’ammonimento affinché non proclami un’indipendenza che è già nei fatti? Che fine hanno fatto le promesse di procedere con il “decoupling” e il “reshoring”, al doppio scopo di riportare in patria la manifattura strategica e di sanare i danni causati dalla globalizzazione alla classe lavoratrice americana?

Secondo i consiglieri di Trump che si sono confidati con i direttori di Axios, Jim VandeHei e Mike Allen, «Xi sta cercando di muovere la Cina verso una nuova posizione in cui dice: noi non siamo una potenza emergente. Siamo già sul vostro stesso piano. E Taiwan è mia». Perciò «questo viaggio ha segnalato una probabilità molto più alta che l’isola sarà sul tavolo nei prossimi cinque anni».Il motivo è che il capo della Casa Bianca applica a Taipei la stessa logica usata con l’Ucraina: è inutile che vi scontriate con potenze molto più grandi, con cui io voglio concludere affari. Fatevi da parte e rassegnatevi al vostro destino, senza ostacolare i miei progetti.

Il primo problema con questa linea è la rinuncia degli Usa a proteggere valori fondamentali del loro stesso potere, come la difesa di democrazia e diritti umani, che li indebolisce su scala globale. Il secondo è pratico, perché in cinque anni l’America non riuscirà a riportare la produzione dei chip in patria, e quindi prendendosi Taiwan la Cina controllerà un secondo bene strategico per il futuro tecnologico, dopo le terre rare. Il terzo è il risentimento degli elettori Maga, che si sentono abbandonati in favore dei Ceo portati da Trump a Pechino. Alcuni nell’amministrazione lo vedono. E lo dicono.

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