Il presidente americano Donald Trump torna a minacciare la ripresa della guerra via Truth: «Il tempo stringe. Meglio che l’Iran si dia una mossa. Senza accordo non ne rimarrà più nulla», ha scritto, convocando pure i vertici militari martedì. Della possibile ripresa del conflitto ha d’altronde discusso ieri pure col premier israeliano Benjamin Netanyahu, nella telefonata di mezz’ora, in cui hanno fatto il punto sul viaggio in Cina e sui piani di attacco. Bibi ha poi aggiornato il suo gabinetto di sicurezza in formato ristretto: «Trump sta valutando. Se deciderà di riprendere le ostilità, Israele sarà chiamata a partecipare», ha poi detto una fonte israeliana informata al sito Ynet.
In realtà, Trump ha fatto intendere che un minimo margine di trattativa esiste ancora: «Mi aspetto una proposta aggiornata da Teheran nei prossimi giorni», ha detto lui stesso parlando con la tv israeliana Channel 12, dopo aver sentito al telefono Netanyahu. «Se non faranno un’offerta migliore, li colp…
Il presidente americano Donald Trump torna a minacciare la ripresa della guerra via Truth: «Il tempo stringe. Meglio che l’Iran si dia una mossa. Senza accordo non ne rimarrà più nulla», ha scritto, convocando pure i vertici militari martedì. Della possibile ripresa del conflitto ha d’altronde discusso ieri pure col premier israeliano Benjamin Netanyahu, nella telefonata di mezz’ora, in cui hanno fatto il punto sul viaggio in Cina e sui piani di attacco. Bibi ha poi aggiornato il suo gabinetto di sicurezza in formato ristretto: «Trump sta valutando. Se deciderà di riprendere le ostilità, Israele sarà chiamata a partecipare», ha poi detto una fonte israeliana informata al sito Ynet.
In realtà, Trump ha fatto intendere che un minimo margine di trattativa esiste ancora: «Mi aspetto una proposta aggiornata da Teheran nei prossimi giorni», ha detto lui stesso parlando con la tv israeliana Channel 12, dopo aver sentito al telefono Netanyahu. «Se non faranno un’offerta migliore, li colpiremo più duramente che mai». Senza però definire la data dell’ultimatum.
Che gli Stati Uniti siano pronti a riprendere gli attacchi lo aveva già anticipato sabato con l’ennesima immagine di sé stesso creata con l’Intelligenza Artificiale, con una nave da guerra alle spalle e la scritta: «La calma prima della tempesta».
Ieri, effettivamente, la portaerei Lincoln si è molto avvicinata alla costa iraniana. I satelliti l’hanno fotografata a 245 chilometri dalla costa, subito fuori Hormuz. Ed è stato anche avvistato un viavai di aerei militari — oltre 12 in poche ore — che rafforzano l’impressione di manovre belliche imminenti.
Tanto più che ieri tre droni sono penetrati negli Emirati Arabi: «Due sono stati neutralizzati. Un terzo ha colpito un generatore elettrico fuori dal perimetro della centrale nucleare di Barakah», fa sapere un comunicato del ministero della Difesa emiratino, alzando particolarmente i toni: «Siamo pronti e preparati ad affrontare qualsiasi minaccia, interverremo con fermezza contro chiunque miri a destabilizzare la sicurezza del Paese». Il fronte dell’attacco, infatti, non è chiaro: i tre droni, secondo i primi riscontri, provenivano da occidente. Forse da qualche milizia alleata degli ayatollah in Yemen o Iraq: «Si tratta di una pericolosa escalation, a prescindere dalla provenienza».
Intanto, gli sforzi diplomatici continuano. Il ministro degli Esteri pachistano Mohsin Naqvi è a Teheran, dove ha incontrato il presidente Masoud Pezeshkian e il capo del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf, appena nominato inviato speciale per la Cina: «La presenza Usa nel golfo è fonte d’insicurezza», gli ha detto. Proponendo anche la sua potenziale soluzione: «I paesi della regione, sulla base della cooperazione reciproca, creino le condizioni per sviluppare relazioni economiche, politiche e di sicurezza».
Pure il premier pachistano Shehbaz Sharif rilancia la possibilità di una nuova tornata di colloqui parlandone al britannico Sunday Times: «Dobbiamo avere pazienza, saggezza e la capacità di superare le sfide più difficili». Ovvero, far coincidere posizioni incompatibili: Washington ha infatti presentato cinque condizioni per raggiungere un accordo che rigettano tutte le richieste iraniane: nessun risarcimento, nessuno sblocco dei beni congelati, la consegna dei 400 kg di uranio arricchito, il mantenimento attivo di un solo sito nucleare e la sospensione della guerra subordinata all’avvio dei negoziati. Proposta che l’agenzia di Stato iraniana Fars ha definito «non risolutiva: pretendono di ottenere gli obiettivi che non raggiunto con la guerra, senza concederci nulla di concreto, pur senza averci sconfitti».