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I contatti segreti tra sceicchi e mullah lasciano Trump solo davanti al bivio dell’Iran

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Il dilemma della Casa Bianca: uno stallo che sa di sconfitta o un attacco dagli esiti imprevisti
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NEW YORK – Trump prende tempo, sperando di spingere l’Iran ad accettare le sue condizioni di pace, perché è arrivato a un bivio. Deve scegliere tra la prosecuzione dello stallo, che forse lo aiuterebbe in vista delle elezioni di midterm, ma non gli consentirebbe di raggiungere i suoi obiettivi dichiarati; oppure scommettere sull’azzardo di riprendere la guerra con un’intensità ancora maggiore, che potrebbe dargli la vittoria della caduta del regime, ma anche costargli l’eredità storica, per non parlare del risentimento degli elettori americani colpiti dalle conseguenze economiche delle sue decisioni. Gli alleati invece lo frenano perché hanno un altro scopo.

Secondo un sondaggio pubblicato ieri dal New York Times, la popolarità del capo della Casa Bianca è scesa al 37%, livelli ormai simili a quelli di Jimmy Carter durante la sua crisi iraniana. Il 64% degli americani considera l’intervento una scelta sbagliata, e questo dato include il 73% degli elettori indipendenti e il 22% de…

NEW YORK – Trump prende tempo, sperando di spingere l’Iran ad accettare le sue condizioni di pace, perché è arrivato a un bivio. Deve scegliere tra la prosecuzione dello stallo, che forse lo aiuterebbe in vista delle elezioni di midterm, ma non gli consentirebbe di raggiungere i suoi obiettivi dichiarati; oppure scommettere sull’azzardo di riprendere la guerra con un’intensità ancora maggiore, che potrebbe dargli la vittoria della caduta del regime, ma anche costargli l’eredità storica, per non parlare del risentimento degli elettori americani colpiti dalle conseguenze economiche delle sue decisioni. Gli alleati invece lo frenano perché hanno un altro scopo.

Secondo un sondaggio pubblicato ieri dal New York Times, la popolarità del capo della Casa Bianca è scesa al 37%, livelli ormai simili a quelli di Jimmy Carter durante la sua crisi iraniana. Il 64% degli americani considera l’intervento una scelta sbagliata, e questo dato include il 73% degli elettori indipendenti e il 22% dei repubblicani. Solo il 70% dei sostenitori del Gop sta col presidente.

Se l’opposizione della maggioranza degli americani alla guerra non fosse abbastanza, dall’inizio dei bombardamenti il prezzo della benzina è salito del 56%, passando in media dai 2,89 dollari al gallone di febbraio ai 4,517 di oggi. Ciò ha un impatto immediato sui bilanci delle famiglie e un effetto quanto meno di medio termine sull’inflazione. Così rischia di frenare crescita e occupazione, complicando la vita al nuovo capo della Federal Reserve Kevin Warsh, che secondo i desideri di Trump dovrebbe subito tagliare i tassi.

Il presidente ha detto che gli effetti economici del conflitto non hanno peso sulle sue decisioni, anche perché è un prezzo che vale la pena pagare per raggiungere l’obiettivo superiore di impedire all’Iran di ottenere la bomba atomica e magari di cambiarne il regime. Al momento però ha deciso di non riprendere i bombardamenti, già pronti per oggi.

Un’ipotesi è sempre stata dare qualche altro colpo e poi proclamare la vittoria, in modo da avere una via d’uscita. La maggior parte degli analisti però pensa che questa finestra esistesse qualche settimana fa, non più adesso.

Lo stallo, una guerra prolungata sul modello dell’Ucraina, o magari un accordo al ribasso col regime che lo lascerebbe di fatto in controllo dello Stretto di Hormuz, sarebbero molto difficili da presentare come successi, perché mancherebbero tutti gli obiettivi dichiarati nel corso dell’intervento, come togliere ogni capacità nucleare a Teheran, cancellare i suoi missili balistici, cambiare il regime o sceglierne il nuovo leader come in Venezuela, impossessarsi del petrolio e magari difendere anche la popolazione, oppressa e perseguitata durante la repressione di gennaio. Trump aveva promesso che l’aiuto era in arrivo, ma di fatto le cose resterebbero come prima.

Tutto questo sembra spingere il capo della Casa Bianca a riprendere la guerra, o quanto meno a minacciarla, sperando di convincere gli ayatollah ad accettare le sue condizioni di pace. Senza dare peso ai danni, secondo una logica che il fondatore di Eurasia Ian Bremmer ha riassunto così: «Tanto le elezioni di midterm sono comunque perse, e rappresentano un problema per il Partito repubblicano, perché sulla scheda non c’è il suo nome, mentre lui deve preoccuparsi della propria eredità storica». Se la scommessa pagherà, poi magari passerà a L’Avana, presentandosi alle elezioni come il liberatore di Venezuela, Iran e Cuba, cioè i nemici dichiarati degli Usa. Viceversa, si occuperà dopo di come giustificare il fallimento e magari cambiare soggetto.

Gli alleati però lo frenano perché hanno un obiettivo diverso. L’Iran, attraverso il Pakistan, avrebbe offerto ad Arabia, Egitto e Turchia un “patto di non aggressione in Medio Oriente”, dal quale finora sono fuori Israele ed Emirati Arabi Uniti. Se diventasse realtà, inclusa la riapertura di Hormuz, sarebbe per loro un risultato sufficiente a chiudere la guerra.

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