I casi di Ebola corrono veloci. È difficile anche contarli. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato domenica un’emergenza sanitaria internazionale per l’epidemia scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo e debordata in Uganda. Le stime, che arrivano da una zona povera di ospedali nel nord-est del Paese, parlano di 543 casi e 136 morti. «Sono profondamente preoccupato per le dimensioni e la rapidità dell’epidemia» ha ammesso il direttore dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.
La prima vittima, un operatore sanitario, ha manifestato i sintomi di Ebola — febbre, vomito, emorragie e profondo malessere — il 24 aprile. I risultati dei test sono arrivati solo il 15 maggio e hanno rivelato il più temibile fra i virus della famiglia di Ebola: Bundibugyo, un ceppo con una mortalità del 32% trasmesso dai pipistrelli della frutta, privo di vaccini e farmaci, con pochi strumenti per i test a disposizione. L’area in cui si è diffuso è abitata da minatori che vivono gomito a …
I casi di Ebola corrono veloci. È difficile anche contarli. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato domenica un’emergenza sanitaria internazionale per l’epidemia scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo e debordata in Uganda. Le stime, che arrivano da una zona povera di ospedali nel nord-est del Paese, parlano di 543 casi e 136 morti. «Sono profondamente preoccupato per le dimensioni e la rapidità dell’epidemia» ha ammesso il direttore dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.
La prima vittima, un operatore sanitario, ha manifestato i sintomi di Ebola — febbre, vomito, emorragie e profondo malessere — il 24 aprile. I risultati dei test sono arrivati solo il 15 maggio e hanno rivelato il più temibile fra i virus della famiglia di Ebola: Bundibugyo, un ceppo con una mortalità del 32% trasmesso dai pipistrelli della frutta, privo di vaccini e farmaci, con pochi strumenti per i test a disposizione. L’area in cui si è diffuso è abitata da minatori che vivono gomito a gomito. È anche zona di guerra civile, mal controllata dal governo. Negli ultimi mesi ha accolto 100 mila sfollati. Il sospetto è che il virus covasse da marzo e abbia avuto tempo di diffondersi. Goma, la più grande città della regione, e Kampala, capitale dell’Uganda, hanno già registrato i primi casi. «Alcune persone entrate in contatto con i contagiati sono morte prima di essere isolate» ammette l’Oms, facendo intuire che le infezioni conteggiate siano la punta dell’iceberg. Il segretario di Stato americano Marco Rubio non ha perso l’occasione per un battibecco con l’Oms, dalla quale gli Usa si sono ritirati a gennaio: «Hanno tardato a identificare l’epidemia».
Ebola poi ha impiegato poco a smettere di essere un problema solo africano. Peter Stafford, un medico americano, si è ammalato lavorando nell’ospedale di Nyankunde, poco più di una baracca gestita dal gruppo missionario evangelico Serge nella zona dell’epidemia. Anche sua moglie e un altro operatore sanitario hanno avuto contatti a rischio. Sono stati trasferiti in isolamento all’ospedale Charité di Berlino.
Gli Stati Uniti hanno subito vietato ai cittadini non americani provenienti da Uganda, Repubblica Democratica del Congo o Sud Sudan di entrare nel proprio territorio. L’Italia ha attivato la sorveglianza sanitaria: le ong che impiegano personale nelle zone epidemiche dovranno notificare il loro rientro in Italia e garantire che non hanno avuto contatti a rischio. In caso di sintomi durante il volo, l’aereo verrebbe dirottato a Roma Fiumicino o Milano Malpensa, i due aeroporti attrezzati per l’isolamento dei passeggeri.
Dal 1976, quando Ebola è stata scoperta, si sono contate 17 epidemie in Repubblica Democratica del Congo. Il ceppo Bundibugyo però non viene considerato business as usual. Il suo nome deriva dal distretto dell’Uganda in cui fu identificato nel 2007. Finora è stato protagonista solo di un paio di focolai e molti suoi aspetti sono ancora sconosciuti. Tutti gli sforzi per mettere a punto cure, vaccini e test si sono concentrati negli ultimi anni sul ceppo di Ebola più diffuso: Zaire, che tra il 2014 e il 2016 ha contagiato 28 mila persone, con 11 mila morti. Ad ammalarsi, durante l’epidemia più estesa della storia, furono anche due italiani, (uno era un medico di Emergency che lavorava in Sierra Leone), curati all’Istituto Spallanzani di Roma. I contagi allora arrivarono anche in Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti