Nelle guerre c’è una componente darwiniana: vince chi riesce ad adattarsi all’evoluzione dei combattimenti. E tutti i segnali indicano che gli iraniani lo stiano facendo molto meglio dei rivali statunitensi. C’è la convinzione che ora conoscano le procedure d’attacco dei cacciabombardieri americani, riuscendo così a organizzare delle vere e proprie imboscate. Negli ultimi giorni prima della tregua sono riusciti ad abbattere un F15E Strike Eagle, buttare giù un A10 Warthog, danneggiare un F35 teoricamente invisibile ai radar e sfiorare un F18 Hornet. Il timore è che le manovre dei jet siano diventate prevedibili e quindi possano contrastarle con facilità. Il New York Times cita fonti militari che avanzano un sospetto: sono stati i russi a consegnare queste informazioni a Teheran, che potrebbero rivelarsi fondamentali se Donald Trump ordinerà la ripresa dei bombardamenti.
Non è l’unica preoccupazione. Al Pentagono circolano rapporti allarmanti sulla resilienza della Repubblica islamica,…
Nelle guerre c’è una componente darwiniana: vince chi riesce ad adattarsi all’evoluzione dei combattimenti. E tutti i segnali indicano che gli iraniani lo stiano facendo molto meglio dei rivali statunitensi. C’è la convinzione che ora conoscano le procedure d’attacco dei cacciabombardieri americani, riuscendo così a organizzare delle vere e proprie imboscate. Negli ultimi giorni prima della tregua sono riusciti ad abbattere un F15E Strike Eagle, buttare giù un A10 Warthog, danneggiare un F35 teoricamente invisibile ai radar e sfiorare un F18 Hornet. Il timore è che le manovre dei jet siano diventate prevedibili e quindi possano contrastarle con facilità. Il New York Times cita fonti militari che avanzano un sospetto: sono stati i russi a consegnare queste informazioni a Teheran, che potrebbero rivelarsi fondamentali se Donald Trump ordinerà la ripresa dei bombardamenti.
Non è l’unica preoccupazione. Al Pentagono circolano rapporti allarmanti sulla resilienza della Repubblica islamica, che si sta preparando a rispondere a un’eventuale nuova ondata di raid. Durante la prima fase del conflitto i pasdaran hanno subìto danni pesanti, ma sono stati capaci di nascondere una parte significativa dell’arsenale missilistico nei tunnel scavati nel granito. Le incursioni americane hanno demolito gli ingressi delle gallerie, senza distruggere le armi custodite all’interno. È già accaduto nel 1999 nel Kosovo: le squadriglie della Nato hanno tirato di tutto contro il grande bunker dell’aeroporto di Pristina. Hanno colpito gli accessi, ma alla fine delle ostilità tutti i Mig serbi sono stati tirati fuori intatti e sono volati via.
Allo stesso modo, nel corso del mese di pausa i Guardiani della Rivoluzione avrebbero rimosso le macerie per poi trasferire lanciatori e ordigni balistici in altre postazioni. Quanti? Secondo alcune stime, tra il 40 e il 60 per cento dei missili sono ancora operativi. L’ammiraglio Brad Cooper che dirige le azioni statunitensi ha respinto queste valutazioni, ribadendo che «l’85 per cento è stato danneggiato» e che le notizie sul recupero dai cunicoli sono «inaccurate». Ci sono però foto satellitari che mostrano i lavori per ripristinare le porte, come sarebbe avvenuto pure nei laboratori nucleari sotterranei di Isfahan.
Riguardo ai missili, c’è un’ulteriore preoccupazione: a inizio marzo i comandanti iraniani hanno risparmiato le munizioni perché prevedevano un impegno di lunga durata. Ma se il conflitto dovesse riaccendersi, il volume di fuoco verrebbe concentrato in pochi giorni cercando di infliggere quante più devastazioni sui Paesi del Golfo. I droni che domenica hanno aggredito la centrale nucleare emiratina sono un avvertimento: cosa sarebbe accaduto se invece dei tre piccoli Shahed fossero piovuti decine di missili balistici?
Parafrasando la minaccia di Trump sull’età della pietra, Mehdi Kharatian, un analista vicino al regime, ha detto che l’Iran può «riportare gli Emirati all’era in cui cavalcano i cammelli». Sono frasi di propaganda che però trasmettono l’atteggiamento dei pasdaran che hanno sostituito i capi uccisi dai raid: sono sicuri di potere resistere, scatenando una ritorsione feroce sugli Usa e soprattutto sui loro alleati. È per questo che sauditi e qatarini, seguiti con riluttanza dagli emiratini, hanno fermato l’offensiva programmata dalla Casa Bianca: si sarebbero ritrovati a pagare un prezzo altissimo.
Sul futuro della regione incombe un’altra incognita: gli Houthi. Ieri hanno organizzato una colossale manifestazione di piazza in solidarietà con il Libano e con Gaza «invasi dagli israeliani». Il loro leader ha messo in guardia i Paesi arabi che collaborano con gli Stati Uniti negli attacchi contro la Repubblica islamica. Finora il ruolo dei miliziani sciiti yemeniti nel conflitto è stato minimo, restano però in grado di bloccare lo stretto di Bab el Mandel e chiudere il Mar Rosso: una prospettiva da incubo per l’economia mondiale, già in crisi per la serrata di Hormuz