NEW YORK – Trump rischia «la trappola del Vietnam», se non smette di leggere la guerra in Iran attraverso la lente delle statistiche militari, e non si rassegna ad un’intesa che «non porterà alla capitolazione del regime». L’ammonimento viene da Robert Malley, negoziatore dell’accordo Jcpoa del 2015.
Perché boccia l’amministrazione?
«Se guardiamo le tre questioni su cui dice di lavorare - assicurare che Teheran non abbia la capacità di costruire una bomba atomica, mettere le mani sugli oltre 400 chili di uranio arricchito e riaprire Hormuz - nessuna sarebbe esistita se Trump non fosse uscito dall’accordo Jcpoa e non avesse bombardato l’Iran durante i negoziati. L’amministrazione sta cercando di risolvere problemi che ha creato».
Perché Trump rischia un Vietnam?
«Ovviamente ci sono grandi differenze. La trappola a cui mi riferisco è quella che qualsiasi conflitto di guerriglia asimmetrica presenta, cioè l’applicazione della forza maggiore non funziona. Pensi che se colpisci l’avversari…
NEW YORK – Trump rischia «la trappola del Vietnam», se non smette di leggere la guerra in Iran attraverso la lente delle statistiche militari, e non si rassegna ad un’intesa che «non porterà alla capitolazione del regime». L’ammonimento viene da Robert Malley, negoziatore dell’accordo Jcpoa del 2015.
Perché boccia l’amministrazione?
«Se guardiamo le tre questioni su cui dice di lavorare - assicurare che Teheran non abbia la capacità di costruire una bomba atomica, mettere le mani sugli oltre 400 chili di uranio arricchito e riaprire Hormuz - nessuna sarebbe esistita se Trump non fosse uscito dall’accordo Jcpoa e non avesse bombardato l’Iran durante i negoziati. L’amministrazione sta cercando di risolvere problemi che ha creato».
Perché Trump rischia un Vietnam?
«Ovviamente ci sono grandi differenze. La trappola a cui mi riferisco è quella che qualsiasi conflitto di guerriglia asimmetrica presenta, cioè l’applicazione della forza maggiore non funziona. Pensi che se colpisci l’avversario più duramente capitolerà, ma non succede. I presidenti Johnson e Nixon, guardando le statistiche dei nemici uccisi e gli obiettivi distrutti, erano convinti di vincere, però sappiamo com’è finita. I parametri della distruzione in Iran sono simili al Vietnam, ma non è la metrica giusta. Il regime sta sopravvivendo ed è riuscito a creare la prima guerriglia globalizzata, facendo leva sugli anelli più deboli del sistema americano, a partire dall’economia».
Girano voci che l’accordo potrebbe essere vicino.
«Un’intesa sarebbe stata possibile in qualunque fase del conflitto. Bastava affermare che gli obiettivi erano stati raggiunti decapitando la leadership, distruggendo l’arsenale militare e rallentando il programma nucleare. Trump però ha scelto di non approfittare della rampa d’uscita».
Come giudica la bozza d’accordo?
«I dettagli possono variare, ma gli elementi restano invariati: rallentamento del programma nucleare, riapertura di Hormuz che gli stessi iraniani vogliono, cancellazione delle sanzioni. L’accordo è possibile, partendo con un memorandum d’intesa per fermare la guerra e avviare un negoziato di sostanza sul resto, ma Trump deve decidere se è disposto ad accettare qualcosa che non sia la capitolazione».
L’Iran non punterà comunque all’atomica?
«Qualunque accordo rifletterà il Jcpoa, anche se alcuni elementi potrebbero essere migliori, come il periodo di sospensione dell’arricchimento. L’Iran non ha mai ordinato di costruire la bomba, lo riconosce anche l’intelligence americana, però vuole la capacità di farlo e dalla cancellazione del Jcpoa a oggi ha migliorato la sua conoscenza. Questo know how non può essere cancellato con le bombe, ma può essere contenuto con le ispezioni e la gestione dei 400 chili di uranio già arricchito».
Ma Teheran non rinuncerà mai alla bomba.
«Se ti metti nei loro panni, è facile capire perché dopo questa guerra vogliano proseguirla. Non cercheranno di costruirla ora, mentre hanno addosso occhi e orecchie di Usa, Israele e altri, ma non rinunceranno alla capacità di farlo. Il meglio che si può fare è imporre vincoli reali per impedirlo».
Trump può accettare una soluzione senza cambio di regime?
«Non lo so, ma penso che ci abbia rinunciato da un po’. La capitolazione non avverrà, mentre il prezzo economico e politico per lui cresce ogni giorno. La storia giudicherà comunque la sua guerra inutile, illegale e infruttuosa, ma non significa che non possa trovare il modo di proclamare la vittoria e uscirne».
Israele lo accetterà?
«Se potesse ottenere il cambio di regime sarebbe felice, ma penso abbia capito che non avverrà. L’obiettivo quindi è diventato minare il governo il più possibile. Se l’intesa non includerà il congelamento dell’arricchimento per molti anni e l’eliminazione del programma missilistico, Netanyahu non sarà contento. Ma non può rifiutarsi di obbedire a Trump».
Lei ha pubblicato un libro, “Tomorrow is Yesterday”, in cui scrive che la soluzione dei due Stati in Palestina non è più realistica. Quale sarà l’effetto della guerra sul Medio Oriente?
«Il Board of Peace serve solo a gestire l’emergenza a Gaza. Ammesso che funzioni, non ha nulla a che vedere con le soluzioni di lungo termine. Anzi, crea un enorme squilibrio tra i palestinesi che devono disarmare e gli israeliani che occupano. I due Stati non sono più realistici: il domani è ieri perché in siamo tornati al 1948. Bisogna ricominciare a pensare in maniera creativa per trovare una forma praticabile di coesistenza».