«L’Iran non vede l’ora di raggiungere un accordo. Vedremo»: Donald Trump lo ha affermato ieri durante il giuramento di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve. Proprio mentre la tv di Stato saudita Al Arabiya diffondeva voci sul possibile raggiungimento di una bozza di accordo tra Stati Uniti e Iran, mediato ancora una volta dal Pakistan, con effetto immediato. Facendo addirittura la lista dei potenziali punti chiave di una lettera d’intenti e i principi per altri 30 giorni di negoziati, che comprenda il cessate il fuoco. L’impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, civili o economiche. Insieme alla libertà di navigazione garantita nello Stretto di Hormuz. E la graduale revoca delle sanzioni Usa, in cambio dell’impegno a rispettare l’accordo. Le questioni in sospeso — i nodi del programma nucleare iraniano e le garanzie di non aggressione — da affrontare in altri imminenti negoziati.
A spegnere l’entusiasmo già a metà pomeriggio, ci pensa il segretario di Stato Marco Rubio. Che, riunito con i ministri degli Esteri della Nato in Svezia, parla solo di «lievi progressi nei colloqui». Mostrandosi prudente: «L’accordo definitivo non c’è». Aggiungendo, riferendosi a Hormuz, che «bisogna avere un piano B nel caso in cui le cose non vadano a buon fine». Mentre una fonte americana dice ad Axios che il negoziato è «agonizzante» e la bozza fa «ogni giorno avanti e indietro senza troppi progressi». Con una fonte vicina al presidente Trump che lo descrive come sempre più frustrato, al punto di essere tornato a sollevare la possibilità di un’operazione militare. Doccia fredda sulle prospettive di pace anche da Teheran: «La diplomazia ha bisogno di tempo. Le differenze con gli Stati Uniti sono profonde e significative», dice il portavoce del Ministero degli Esteri iraniani, Esmail Baghaei: «Non possiamo dire di essere al punto dove l’accordo è vicino. Il focus dei negoziati resta la fine del conflitto».
Intanto, la pressione diplomatica sull’Iran si fa sempre più intensa nel tentativo di un rush finale: al ministro degli Interni pakistano Mohsin Raza Naqvi, che negli ultimi tre giorni è stato capace di far prendere «una direzione importante alle trattative», come gli riconosce pure l’americana Cbs elencando i tanti incontri da lui avuti — compresi quelli con il presidente iraniano Pezeshkian e il ministro degli Esteri Araghchi — si è aggiunto ieri il capo di stato maggiore pachistano Asim Munir. Leader del team negoziale, anche lui approdato nella capitale dello Repubblica islamica, con la missione di dare un’ulteriore spinta all’accordo: cercando di portarlo a casa prima che la finestra diplomatica si chiuda. Ovvero, che Trump perda la pazienza e riprenda i bombardamenti rimandati la settimana scorsa.
Mentre il premier pachistano va a cercare aiuto su un altro fronte: Shehbaz Sharif è infatti oggi in Cina per «discutere un’iniziativa congiunta per porre fine alla guerra», dopo la proposta in cinque punti elaborata insieme ad aprile. A dimostrare che proprio tutti cercano di imporre un’accelerazione e una svolta, c’è anche la presenza a Teheran dei mediatori di Doha. Pur ribadendo che è il Pakistan a guidare la mediazione, i paesi arabi sono infatti uniti nel tentare d’impedire la ripresa del conflitto che ha colpito duramente le loro economie, devastandone pure la reputazione di hub sicuri.
Secondo Israele, invece, l’Iran sta trattando in malafede: «Pianificano un attacco a sorpresa con missili e droni contro di noi e gli altri Stati del Golfo», scrive il Jerusalem Post, citando fonti informate. «Potrebbe agire prima che Usa e Israele decidano che la via diplomatica non è più percorribile. Lanciando un attacco simile a quello all’inizio dell’operazione Epic Fury».