Babak Zanjani ha risolto i suoi problemi diventando ricco, e molti se n’è creati. Miliardario iraniano con la passione per le crypto, è considerato dal dipartimento del Tesoro e dalle intelligence americana e britannica l’uomo che ha aiutato la Repubblica islamica a vendere petrolio e a evadere le sanzioni grazie a una rete di società costruita negli anni intorno alla holding Sorinet, base negli Emirati, che copre praticamente ogni settore di business: dalla finanza alla logistica all’energia, e persino all’aviazione — ha anche una compagnia aerea.
Per tutti a Teheran è l’uomo delle mille vite, quasi morto (tecnicamente, con una sentenza capitale) e poi risorto, un lupo di Wall Street all’iraniana col fiuto per gli affari ma anche un personaggio enigmatico e visionario, animato da un certo patriottismo.
Iniziò negli anni Ottanta vendendo pelli di pecora, è diventato una celebrità creando una delle più grandi imprese della storia iraniana, e aiutando il sistema a vendere petrolio. Eran…
Babak Zanjani ha risolto i suoi problemi diventando ricco, e molti se n’è creati. Miliardario iraniano con la passione per le crypto, è considerato dal dipartimento del Tesoro e dalle intelligence americana e britannica l’uomo che ha aiutato la Repubblica islamica a vendere petrolio e a evadere le sanzioni grazie a una rete di società costruita negli anni intorno alla holding Sorinet, base negli Emirati, che copre praticamente ogni settore di business: dalla finanza alla logistica all’energia, e persino all’aviazione — ha anche una compagnia aerea.
Per tutti a Teheran è l’uomo delle mille vite, quasi morto (tecnicamente, con una sentenza capitale) e poi risorto, un lupo di Wall Street all’iraniana col fiuto per gli affari ma anche un personaggio enigmatico e visionario, animato da un certo patriottismo.
Iniziò negli anni Ottanta vendendo pelli di pecora, è diventato una celebrità creando una delle più grandi imprese della storia iraniana, e aiutando il sistema a vendere petrolio. Erano gli anni di Ahmadinejad, Zanjani si definiva un soldato della Repubblica islamica fiero di aiutare il suo Paese, si faceva fotografare con i pezzi grossi dell’apparato, girava in jet privati e auto di lusso.
Nel 2013 al potere arriva Rouhani. Zanjani, che oggi ha 52 anni, viene arrestato per corruzione e appropriazione indebita. L’ala moderata del sistema gli contesta i legami con pezzi dei pasdaran nella zona grigia del contrabbando di greggio, gli chiede di restituire 1,9 miliardi di dollari sottratti alle casse dello stato. Nel 2016 viene condannato a morte. Sconta il carcere e nel 2024 la sentenza viene commutata a 20 anni. Resta in cella fino al 2025 quando viene liberato, secondo i suoi detrattori perché troppo utile al sistema per aggirare le sanzioni. Lui continua a negare tutto, le accuse di corruzione così come il suo ruolo nell’evasione, ma resta uno dei pochi grandi imprenditori privati in un Paese in cui l’economia è dominata dallo Stato, e in cui le aziende private si muovono spesso in una zona grigia.
Il Wall Street Journal accusa Zanjani di aver mobilitato attraverso la piattaforma di criptovalute Binance circa 850 milioni di dollari in due anni, parte dei quali sarebbero finiti direttamente ai Guardiani della Rivoluzione. Binance, che è il più grande exchange di criptovalute al mondo, ha sostenuto anche la World Liberty Financial, la società di cripto della famiglia Trump.
«Notizie false», risponde Zanjani al quotidiano di Murdoch, che gli aveva già puntato gli occhi addosso. Uscito di galera, in meno di un anno l’imprenditore ha ricostruito un impero commerciale allargando il business: ferrovie, cripto, car sharing, mobile. Molto attivo sui social per sponsorizzare la sua nuova piattaforma, My Dot, basata sulla rete blockchain, non risparmia commenti sulla guerra e critiche all’apparato. «La guerra di oggi è una guerra di intelligenza artificiale, e la vecchia mentalità da Kalashnikov, insegnata nei campi di battaglia e in televisione, deve essere trasformata nella formazione dei giovani all’Ia. Allora vedrete come saranno in grado di neutralizzare satelliti e F-35 senza sparare un solo proiettile», ha scritto agli inizi di maggio. Qualche giorno dopo, se l’è presa con una classe dirigente non all’altezza: «La lunga e complessa risoluzione delle questioni civili negli uffici governativi non è dovuta esclusivamente alla burocrazia; gran parte del problema deriva dall’incompetenza di chi è al comando». L’uomo è ambizioso, uno da tenere d’occhio.