L’Iran ha sconfitto la grande America, come già fece con l’invincibile Roma. Torna all’antica Persia, Esmail Baghaei, per dire al mondo che Teheran sente di aver vinto. Il portavoce del ministero degli Esteri, condivide su X una immagine di Hormuz con il bassorilievo di Naqsh-e Rostam, il sito archeologico a nord di Persepolis, che raffigura la cattura e l’umiliazione di due imperatori romani, Filippo detto l’Arabo e Valeriano, per mano del più longevo e brillante re sasanide, Shapur I, uno shock per l’Occidente antico. «Roma era il centro indiscusso del mondo, gli iraniani infransero quest’illusione» e l’imperatore «dovette scendere a compromessi», scrive.
Il paradosso: la Repubblica islamica fondata da Khomeini deve pescare nella storia pre-islamica per ribadire la propria forza. Ma è anche questo il nuovo Iran a guida Pasdaran che la guerra di Trump sta disegnando, recuperare i simboli del passato persiano in nome dell’unità nazionale. Teheran sente di aver vinto. La sopravviv…
L’Iran ha sconfitto la grande America, come già fece con l’invincibile Roma. Torna all’antica Persia, Esmail Baghaei, per dire al mondo che Teheran sente di aver vinto. Il portavoce del ministero degli Esteri, condivide su X una immagine di Hormuz con il bassorilievo di Naqsh-e Rostam, il sito archeologico a nord di Persepolis, che raffigura la cattura e l’umiliazione di due imperatori romani, Filippo detto l’Arabo e Valeriano, per mano del più longevo e brillante re sasanide, Shapur I, uno shock per l’Occidente antico. «Roma era il centro indiscusso del mondo, gli iraniani infransero quest’illusione» e l’imperatore «dovette scendere a compromessi», scrive.
Il paradosso: la Repubblica islamica fondata da Khomeini deve pescare nella storia pre-islamica per ribadire la propria forza. Ma è anche questo il nuovo Iran a guida Pasdaran che la guerra di Trump sta disegnando, recuperare i simboli del passato persiano in nome dell’unità nazionale. Teheran sente di aver vinto. La sopravvivenza è vittoria. Il sistema non è collassato con le uccisioni dei leader: il protocollo dei quattro successori - che ha portato a designare sostituti per ogni posizione di rilievo - ha consentito alla catena di comando di continuare a operare.
«Con 90 milioni di iraniani silenziati dal blackout di Internet, la repubblica islamica ha continuato comunque a plasmare il racconto della guerra anche sui media occidentali», osserva Amir, esperto di comunicazioni che vive a Teheran. E ha ridisegnato la sua architettura di sicurezza regionale. Hormuz è il centro di una rinnovata influenza: la legge parlamentare che istituisce un nuovo quadro giuridico per lo Stretto non sarà messa da parte nelle trattative con gli americani. «L’Iran ha solide giustificazioni legali e di sicurezza per la sua sovranità sullo Stretto per prevenire l’insicurezza e le campagne militari», dichiara Mohsen Rezaei, consigliere militare di Khamenei.
Il sistema è riuscito anche ad allargare la sua rete di alleanze: i russi hanno fornito intelligence, i cinesi materiale dual use e sostegno politico, opponendosi alle sanzioni americane, il Pakistan ha consentito a Teheran di bypassare gli Emirati e di usare il porto di Gwadar per aggirare il blocco navale americano.
«Siamo pronti a rassicurare il mondo che non vogliamo l’atomica, ma sull’onore e la dignità dell’Iran non faremo compromessi», rivendica il presidente Pezeshkian, chiarendo che nessun accordo verrà siglato senza l’assenso della Guida suprema.
La linea rossa è l’arricchimento: Teheran è disposta a sospenderlo, non a rinunciarvi. E ogni concessione nei negoziati arriverà solo a fronte di contropartite economiche. Le trattative si sono arenate anche perché Teheran pretende che almeno una parte dei miliardi di dollari iraniani congelati all’estero venga restituita subito, alla riapertura di Hormuz.
Sul fronte esterno, la Repubblica islamica ha dimostrato di sapere affrontare una superpotenza militare combattendo la prima guerra asimmetrica globale.
La vera incognita sono gli iraniani. Il conflitto ha lasciato oltre 270 miliardi di dollari di danni sul terreno, e più di 3mila vite. L’economia è a pezzi: il prezzo di tutto è aumentato, dai farmaci al pane, un milione di posti di lavoro sono andati in fumo, e almeno altri 5 sono a rischio.
Azadeh, che insegna inglese a Teheran, è rimasta tre mesi senza lavoro. Ne ha trovato uno online, ma ha dovuto spendere 27 dollari per comprare un Vpn che le garantisce 22 giga, un’enormità se si considera che il salario medio è intorno ai 170 dollari. Gli iraniani sono sfiniti, molti vogliono l’accordo. «Dobbiamo uscire da questo limbo, la situazione può peggiorare, e i problemi economici sono già insormontabili», dice Fahran, architetto, che è sempre stato all’opposizione. «Non possiamo ragionare su nessun cambiamento interno se non sappiamo di cosa vivere».
Anche molti critici del regime, sono rimasti interdetti dalla gestione americana della guerra: la strage nella scuola di Minab, le minacce di una disintegrazione territoriale del paese. La resilienza del sistema, poi, ha rotto «pericolose illusioni», dice Amir. «Chi credeva che la guerra avrebbe portato al cambio di regime, aveva bisogno di questa delusione per capire che solo noi iraniani possiamo cambiare l’Iran».