NEW YORK – Nell’America trumpiana gli accordi non vanno in crisi con un annuncio o un post sui social. Ma con una telefonata, che può cambiare la traiettoria disegnata dalla diplomazia mondiale. La telefonata è quella di sabato sera tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Benjamin Netanyahu, il premier israeliano descritto dai media come infuriato. Netanyahu è contrario alla tregua e l’assenza di un accordo sul nucleare nel memorandum presentato dal Pakistan e rivisto da Teheran lo ha spinto a fare pressione su Trump. Così, quello che doveva essere il giorno dell’annuncio dell’accordo tra Usa e Iran, cominciato dalle parole del segretario di Stato americano Marco Rubio che aveva parlato di «buone notizie in arrivo», ha registrato un rallentamento. Trump è rimasto il centro di tutto, con le sue dichiarazioni per riaffermare la propria leadership, ma il tono è cambiato rispetto all’ottimismo della vigilia.
Ad Abc News il presidente ha detto: «Un accordo dipende solo da m…
NEW YORK – Nell’America trumpiana gli accordi non vanno in crisi con un annuncio o un post sui social. Ma con una telefonata, che può cambiare la traiettoria disegnata dalla diplomazia mondiale. La telefonata è quella di sabato sera tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Benjamin Netanyahu, il premier israeliano descritto dai media come infuriato. Netanyahu è contrario alla tregua e l’assenza di un accordo sul nucleare nel memorandum presentato dal Pakistan e rivisto da Teheran lo ha spinto a fare pressione su Trump. Così, quello che doveva essere il giorno dell’annuncio dell’accordo tra Usa e Iran, cominciato dalle parole del segretario di Stato americano Marco Rubio che aveva parlato di «buone notizie in arrivo», ha registrato un rallentamento. Trump è rimasto il centro di tutto, con le sue dichiarazioni per riaffermare la propria leadership, ma il tono è cambiato rispetto all’ottimismo della vigilia.
Ad Abc News il presidente ha detto: «Un accordo dipende solo da me, e se ci saranno novità saranno positive perché non concludo mai accordi negativi». Ha ordinato ai funzionari di «non affrettarsi a raggiungere un’intesa, visto che il tempo è dalla nostra parte» e promesso di raggiungere un «accordo buono, non come quello di Barack Obama». Nella conference call con i leader arabi, Trump aveva posto una condizione: «Se firmiamo, entrate negli accordi di Abramo» per normalizzare i rapporti con Israele. Ma questo era successo prima della telefonata con Netanyahu. Nell’ultima versione del memorandum c’era la promessa di riaprire lo Stretto di Hormuz per almeno sessanta giorni, il tempo della nuova tregua, ma lasciando il controllo a Teheran. Secondo Iran International, media di opposizione iraniana con base a Londra, era stata inclusa la richiesta di sbloccare asset per 12 miliardi di dollari congelati in Qatar come precondizione per l’avanzamento dei colloqui.
Il tema del nucleare, rimandato a futuri negoziati, è tornato centrale. «L’Iran deve capire che non può sviluppare né procurarsi un’arma o una bomba nucleare», ha spiegato il tycoon. A quel punto Teheran si è irrigidita e ha accusato Washington di voler sabotare l’accordo. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, «il blocco americano di alcune parti del piano, compresa la questione dello sblocco dei beni iraniani congelati, continua. A questo punto esiste la possibilità che il memorandum venga annullato». Poi Teheran ha avvertito: «La palla è nel campo degli americani, devono accettare le condizioni dell’Iran».
Nel frattempo Trump aveva pubblicato su Truth l’immagine elaborata dall’intelligenza artificiale di un bombardiere americano e due navi iraniane in fiamme, e la scritta “Adios”. Secondo Teheran, i negoziatori americani avevano da tempo invitato la controparte a non prendere sul serio i post di Trump, ma quello pubblicato intorno alle 8 di mattina indicava un evidente cambio di tono. Un esponente dell’amministrazione ha confermato che la firma non sarebbe avvenuta in giornata e lo stesso Rubio ha corretto il tiro, dicendo: «Un accordo sul nucleare non si raggiunge in 72 ore». Nessuno ha escluso che l’intesa arrivi, ma i tempi si sono allungati. Intanto il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto di sperare nella svolta. «Se Dio vuole, questo accordo sarà finalizzato e noi ne faremo parte». Ma anche qui peserebbe il veto di Netanyahu, contrario a fermare la propria campagna in Libano.