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Norberto Fuentes: “Cuba è alla fame ma la gente è orgogliosa e si opporrà all’invasione”

Fuentes con Fidel Castro prima della fuga negli Usa 

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Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario”
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L’AVANA – Norberto Fuentes, 83 anni, è uno scrittore e giornalista cubano. Ha partecipato alla Rivoluzione e negoziato la pace in Angola. Ha scritto Hemingway a Cuba e la biografia di Fidel Castro. È stato amico intimo di entrambi i fratelli, Fidel e Raúl, ma poi è fuggito in esilio - con l’appoggio di Gabriel García Marquez e la mediazione di Felipe González - dopo la fucilazione del suo migliore amico. In una conversazione telefonica tra Miami e l’Avana racconta un aneddoto: «Eravamo io Fidel e Gabo a casa di Raúl, era appena passato Jacque Cousteau con un documentario sui fondali di Haiti che a causa della povertà erano stati depauperati di tutto. Dopo aver visto il filmato dissi a Fidel: “Lì ci vuole una rivoluzione”. E lui rispose: “Ma cosa dici Norberto, le rivoluzioni non risolvono nulla!”». Con Repubblica ha discusso il tramonto della Revolución e le opzioni per il futuro dell’isola.

L’AVANA – Norberto Fuentes, 83 anni, è uno scrittore e giornalista cubano. Ha partecipato alla Rivoluzione e negoziato la pace in Angola. Ha scritto Hemingway a Cuba e la biografia di Fidel Castro. È stato amico intimo di entrambi i fratelli, Fidel e Raúl, ma poi è fuggito in esilio - con l’appoggio di Gabriel García Marquez e la mediazione di Felipe González - dopo la fucilazione del suo migliore amico. In una conversazione telefonica tra Miami e l’Avana racconta un aneddoto: «Eravamo io Fidel e Gabo a casa di Raúl, era appena passato Jacque Cousteau con un documentario sui fondali di Haiti che a causa della povertà erano stati depauperati di tutto. Dopo aver visto il filmato dissi a Fidel: “Lì ci vuole una rivoluzione”. E lui rispose: “Ma cosa dici Norberto, le rivoluzioni non risolvono nulla!”». Con Repubblica ha discusso il tramonto della Revolución e le opzioni per il futuro dell’isola.

Lei ha partecipato alla Rivoluzione. Come osserva ciò che sta accadendo ora, da Miami?

«È una situazione difficile da spiegare ma anche da prevedere. Con Donald Trump al potere, uno non sa mai cosa succederà. I cubani in questo momento stanno ricevendo molte informazioni che vengono da Miami, ma nella mia esperienza, la lettura e interpretazione dei fatti di Cuba che si dà da Miami molto spesso è sbagliata. È sempre una visione reazionaria e vendicativa. Ascolto da parte di deputati democratici la speranza che Cuba torni nell’orbita degli Stati Uniti. Mi sembra irrealistica».

Sul tavolo c’è addirittura un’opzione militare.

«Qualsiasi cambiamento che sia indotto attraverso a un’operazione militare sarà un bagno di sangue. Mi auguro che Trump abbia imparato dall’Iran che la guerra asimmetrica non serve a nulla. L’esercito cubano è praticamente inesistente, però si ci sono persone che non cederanno. È un Paese con 600 mila militanti del partito. Un intervento armato sarebbe sanguinoso da entrambe le parti. È una situazione difficile dal punto di vista militare, ma oltre a questo la domanda è: prendere il Paese con quale scopo? Per dare cibo e denaro a dieci milioni di morti di fame? Non ne capisco il senso. Chiaro, la logica potrebbe essere che Trump ha bisogno di un trionfo. Ma i cubani non sono i venezuelani».

Quale sarebbe dunque il modello che lei auspica per Cuba?

«Cina e Vietnam. Bisogna apportare i cambi necessari per introdurre un’economia di mercato all’interno di un governo socialista. E poi Cuba, in questo momento, ha una pessima macchina di propaganda, il giornale Granma è una schifezza. Il presidente Díaz Canel è una mummia. E Raúl Castro ha quasi 95 anni: qualsiasi giorno potrebbe mettersi a dormire e non svegliarsi. Lo dico da amico di Raúl. Dunque la speranza è che ci sia una leva di ufficiali, colonnelli e dirigenti che possano essere portatori del cambiamento».

Ma come si fanno questi cambiamenti in un Paese che da 70anni solo conosce il regime?

«L’imperativo deve essere “proibito proibire”. Che si liberi subito la forza produttiva del Paese. Che si liberi l’immaginazione dei cubani. Quando ci furono le aperture di Obama, a Cuba si mise in moto una enorme vitalità, ma si sono fermati a metà dell’opera. Ora però la situazione è cambiata e negli Stati Uniti c’è un governo inetto, come quello di Cuba. Stanno facendo di nuovo di Cuba un simbolo di resistenza. Quando hanno ucciso i 32 cubani della guardia di Maduro, la reazione della popolazione cubana è stata enorme. I reduci dal Venezuela sono stati ricevuti da eroi. Questo evento ha toccato la fibra dell’orgoglio nazionale».

Però ora la situazione è estrema. Non c’è luce e non c’è acqua, la gente inizia ad essere disperata. E ci sono proteste spontanee…

«Da quello che vedo sono episodi di protesta spontanei ma isolati, che vengono subito spenti. Una sollevazione popolare in questo Paese è molto difficile. Perché ci sarebbero due sollevazioni: c’è molta gente che non lo permetterà, perché è ancora convinta sostenitrice della Rivoluzione. Cio che sta facendo Marco Rubio, asfissiare il Paese in questo modo, è senza precedenti. E compatta la resistenza».

Cosa ha pensato quando ha letto dell’incriminazione di Raúl Castro?

«Che è politichetta, perché è un uomo di 95 anni che, se soffi, cade. Ma mettiamo pure che arrivino gli americani, che la scorta non lo protegga e che lo mettano sull’aereo: non arriverebbe comunque vivo a Miami».

Stiamo assistendo al collasso della Rivoluzione?

«Il collasso di cosa, che non c’è nulla? Ci sono solo milioni di cubani con la bocca aperta. E io non credo nemmeno che il governo stia sinceramente negoziando. Quello che stanno facendo è guadagnare tempo».

Per cosa?

«Per stabilizzare la situazione».

Ma la situazione è disperata, non si può stabilizzare nulla in queste condizioni…

«Diceva Lenin che nessun popolo fa una sollevazione per la fame. Che le catastrofi naturali come gli uragani o i terremoti sono cause piu frequenti di sollevazioni che la fame».

Gli alleati di sempre di Cuba non stanno aiutando.

«Si è vero, sono assenti. E mi riferisco anche ai Paesi africani, che furono aiutati da Cuba e non si stanno facendo sentire. Ma voglio dire una cosa: gli Stati Uniti si stanno giocando le elezioni di medio termine sulla pelle di Cuba. So che è infantile ciò che dico, ma credo che la questione si riduca a questo. Ed è un gioco al massacro».

Lei è stato parte della rivoluzione ma se n’è anche andato…

«Si, sono stato parte della rivoluzione. Ma me ne sono andato per una questione personale. E a questo si aggiungeva il fatto che ne avevo bisogno per dare una prospettiva al mio lavoro di scrittore. Però ho partecipato, avevo amici tra i militari e sono diventato amico di Fidel e di Raúl. Ma Toni (Antonio de la Guardia fucilato al termine di un processo politico per corruzione e traffico di droga, ndr) era mio fratello, e lo hanno fucilato. Questo momento ha significato la fine della rivoluzione, per me. Ma non sono un controrivoluzionario.

Mi racconti un episodio con Fidel…

«Eravamo García Marquez, Fidel e io in casa di Raúl, era l’una di notte e Fidel aveva appena ricevuto l’esploratore francese Jacques Cousteau. Veniva da Haiti e aveva presentato un documentario che era devastante, perché gli haitiani stavano così male che si erano mangiati anche il fondale marino, e non rimaneva nulla. Fidel mi chiese se lo avevo visto, dissi di si, che era drammatico. Gli dissi: “Comandante ci vorrebbe una rivoluzione”. Rispose: “Una cosa? Ma cosa dici, Norberto, sappiamo che la rivoluzione non risolve nulla!”».

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