Pezeshkian sfida i falchi e riapre Internet: gli iraniani di nuovo connessi dopo mesi di blackout
di Gabriella ColarussoDopo tre mesi di blackout digitale, ieri sera finalmente l’Internet internazionale è tornato accessibile in Iran. Restano filtri e censure, whatsapp per esempio non è ancora operativa, ma i vpn che gli iraniani solitamente usano per aggirare i blocchi hanno ripreso a funzionare. La decisione è stata del presidente Pezeshkian, ma ha scatenato un duro scontro dentro il regime con l’ala più dura legata agli apparati di sicurezza contrari a rimuovere le restrizioni.
La presidenza aveva annunciato già due giorni fa che avrebbe voluto iniziare il processo per ripristinare la rete, ma ieri nel pomeriggio la magistratura iraniana ha sospeso l’organismo creato da Pezeshkian che aveva ordinato la riattivazione dell’accesso, il Quartier Generale Speciale per l'Organizzazione e la Gestione del Cyberspazio del Paese, sostenendo che la materia non fosse di competenza della presidenza. Come tutte le questioni che riguardano anche la sicurezza nazionale, a decidere sull’accesso digitale è il consigli…
Dopo tre mesi di blackout digitale, ieri sera finalmente l’Internet internazionale è tornato accessibile in Iran. Restano filtri e censure, whatsapp per esempio non è ancora operativa, ma i vpn che gli iraniani solitamente usano per aggirare i blocchi hanno ripreso a funzionare. La decisione è stata del presidente Pezeshkian, ma ha scatenato un duro scontro dentro il regime con l’ala più dura legata agli apparati di sicurezza contrari a rimuovere le restrizioni.
La presidenza aveva annunciato già due giorni fa che avrebbe voluto iniziare il processo per ripristinare la rete, ma ieri nel pomeriggio la magistratura iraniana ha sospeso l’organismo creato da Pezeshkian che aveva ordinato la riattivazione dell’accesso, il Quartier Generale Speciale per l'Organizzazione e la Gestione del Cyberspazio del Paese, sostenendo che la materia non fosse di competenza della presidenza. Come tutte le questioni che riguardano anche la sicurezza nazionale, a decidere sull’accesso digitale è il consiglio supremo di sicurezza, il cui segretario è Mohammad Bagher Zolghadr, veterano dei Pasdaran, e che risponde direttamente alla guida suprema Khamenei.
Pezeshkian ha tenuto il punto, attraverso la sua portavoce e il suo vice, Aref. A sera, i telefoni e i pc degli iraniani erano connessi. Internet fu chiuso l’8 gennaio scorso durante le manifestazioni anti-governative, represse in un bagno di sangue. Fu riaperto per sole 48 ore e poi richiuso all’inizio della guerra, il 28 febbraio, il più lungo blackout digitale nella storia del paese, che ha contribuito a far saltare centinaia se non migliaia di posti di lavoro e ha aumentato il livello di stress in una popolazione già provata dalla guerra, dalla crisi economica, dalla repressione.
Le autorità iraniane hanno sempre motivato la censura senza precedenti con ragioni di sicurezza – evitare cyberattacchi e tentativi di organizzare movimenti eversivi – ma la chiusura della Rete è servita soprattutto alla Repubblica islamica per silenziare il dissenso e controllare la narrazione, dominando il racconto della guerra. Lo scontro sulla riapertura di Internet riflette la spaccatura che c’è all’interno dell’establishment sui negoziati con gli americani.
Il presidente Pezshkian ha segnalato in più occasioni la volontà di arrivare a un accordo “dignitoso”. I due capi negoziatori, il ministro degli Esteri Araghchi e il presidente del Parlamento Ghalibaf, sono volati a Doha per provare a risolvere le questioni ancora aperte che impediscono la firma del memorandum. Ma in Iran c’è un fronte contrario a qualsiasi compromesso. E’ l'ala più intransigente legata a testate come Kayhan, che è gestita dall’ufficio della guida suprema, ai Paydari e a Saeed Jalili, il superfalco ex candidato presidenziale sconfitto da Pezeshkian, ma anche a una parte dei Pasdaran, che è scettica sul negoziato, teme che la diplomazia possa gradualmente trasformarsi in una ritirata strategica mascherata da ripresa economica.
I falchi non vogliono che Hormuz riapra senza pedaggi e senza che ci sia contestualmente lo scongelamento dei beni iraniani congelati all’estero e l’allentamento delle sanzioni, oltre al ritiro dei mezzi militari americani dalle zone vicine all’Iran. Mahmoud Nabavian, parlamentare conservatore e membro del team negoziale iraniano nei primi e unici colloqui diretti a Islamabad, ha scritto in un post su X che un accordo che riapra lo stretto in cambio della revoca del blocco navale americano senza il riconoscimento della sovranità iraniana né il pagamento di tariffe di transito, senza riparazioni né un allentamento delle sanzioni, sarebbe una chiara perdita per l’Iran.
Sono gli stessi che vorrebbero mantenere chiuso Internet sine die, e che animano le piazze iraniane che ogni sera, da tre mesi, continuano a riempirsi di sostenitori della Repubblica islamica. La maggioranza degli iraniani resta a guardare, sfinita dall’inflazione e dalla repressione, la riapertura di Internet può ridare fiato ai commercianti, agli adolescenti, ai professionisti. Resta da capire se durerà, insieme al negoziato.